lunedì 20 novembre 2017

Traduttori e revisori: scene da un matrimonio combinato

A volte il rapporto fra traduttori e revisori è idilliaco: ci si conosce da tempo, si stima il modo di lavorare dell'altro, ci fidiamo di lei/lui e siamo certi che i suoi contributi al testo finale lo renderanno migliore di quello che avevamo consegnato.

Purtroppo non sempre questo matrimonio combinato s'ha da fare: qualche volta vi sarà capitato, se siete traduttrici/traduttori editoriali, di pensare che gli interventi del revisore abbiano peggiorato, invece di migliorare, il vostro testo, ad esempio introducendo errori o rendendo confuse e contorte frasi che vi pareva scorressero benissimo nella vostra versione.

Se invece lavorate come revisori, può esservi successo che il testo inviatovi dai traduttori fosse al di sotto delle aspettative e richiedesse molti più interventi del previsto. Non una normale revisione, quindi, ma quasi una riscrittura, e anche in questo caso un rapporto spinoso con la controparte che magari riteneva di aver fatto un buon lavoro.

Come si spiegano queste divergenze di opinioni? Ecco alcune possibili risposte.

1. Un rischio che accomuna traduttori e revisori: la scarsa professionalità
Se il traduttore e il revisore si sono improvvisati, non c'è da stupirsi che la traduzione venga consegnata zeppa di errori o la revisione peggiori una versione ben fatta dell'originale: per evitare questi problemi è fondamentale che l'editore o il committente si rivolga a professionisti, altrimenti potrebbe vedersi consegnare traduzioni come quelle di questo video oppure di questo cartello visto su un treno regionale.

2. Il rischio dei traduttori: la "sindrome dello scarrafone"
"Quella virgola inserita là non mi piace per niente.... Guarda qui, il revisore mi ha spostato una parola e adesso la frase non mi suona più... doveva toccare proprio a me uno così!"
Forse invece il revisore è molto in gamba, ma è il traduttore a essersi affezionato al suo testo come se fosse un figlio, tanto da non avere più quel minimo di distacco necessario per valutare se l'intervento è effettivamente di sostegno al suo lavoro.
Potremmo chiamarla suscettibilità oppure, con Pino Daniele, "sindrome dello scarrafone" (Ogni scarrafone è bello a mamma soja).

3. Il rischio dei revisori: prostrarsi al dio lettore
Bisogna partire dalla premessa che in molti casi traduttori e revisori adorano due divinità diverse: il dio dei primi è il testo (come si legge nei Dieci comandamenti per traduttori), mentre quello dei secondi tende a essere il lettore.
Per questo motivo, a volte i revisori fanno di tutto per facilitare il più possibile la vita al lettore modello che hanno in testa, ad esempio sostituendo le parole desuete o "difficili" presenti nel testo originale e nella traduzione con altre di uso comune, appiattendo i riferimenti specifici di una data cultura al punto da trasformare "Halloween" in "carnevale" (ci è successo qualche anno fa) e in generale semplificando il testo e la sua resa italiana.
Il lettore però non sempre è privo di strumenti culturali, anzi, potrebbe averne anche più del traduttore e del revisore messi insieme. E comunque, se un autore ha voluto usare una lingua "difficile", anche la traduzione dovrebbe fare lo stesso.

Tenendo presenti i rischi delle parti in gioco, la questione che ci sta a cuore è: come possiamo comportarci quando una revisione ci sembra peggiorativa o siamo a noi a dover rivedere una traduzione che ci pare al di sotto degli standard accettabili?
Photo credit: brittreints via Visualhunt / CC BY

Ecco di seguito quello che si può fare quando la revisione della nostra traduzione ci sembra problematica.

a) Respirare profondamente.

b) Prendere distanza: quella che abbiamo di fronte è solo una pagina di libro come tante altre. Possiamo averla tradotta noi come chiunque altro. Noi non siamo quel testo, quello non è nostro figlio.

c) Dopo avere accantonato per quanto possibile l'ego e la sindrome dello scarrafone, concentrarci sul fatto che il nostro compito è produrre la migliore versione possibile dell'originale.

d) Chiederci quali sono gli interventi di revisione che davvero peggiorano il testo. Ne esistono di vari tipi:
  • interventi che introducono errori di interpretazione: "non è così che dice l'autore" 
  • interventi sbagliati dal punto di vista grammaticale o sintattico: "in italiano non si dice"
  • frasi che diventano confuse: "l'ho dovuta leggere due volte per capire che cosa intendeva"
  • frasi diventate poco scorrevoli oppure goffe: "chi mai direbbe una cosa del genere?"
  • cambiamenti di registro.
e) Cercare una soluzione di compromesso per questi casi: se il revisore è intervenuto in determinati punti della nostra traduzione, forse lì c'era qualcosa che non funzionava. Possiamo trovare una soluzione terza, alternativa sia alla nostra iniziale sia a quella del revisore, che esprima al meglio le intenzioni dell'autore.

f) Lasciar perdere gli interventi di revisione che non ricadono nelle categorie elencate al punto d).

g) Scrivere al revisore/alla redazione indicando le modifiche che vorremmo apportare al testo.

Se invece ci troviamo a rivedere una traduzione che ci sembra fatta male, in genere lavoriamo sul testo seguendo le fasi da 2 a 4 del nostro metodo di lavoro, soffermandoci in particolare sui problemi elencati sopra al punto d), dopodiché segnaliamo alla redazione la mole degli interventi fatti.

Naturalmente, però, ci auguriamo sempre che il matrimonio riesca nel migliore dei modi!


Se vuoi approfondire le differenze di approccio al testo fra traduttori e revisori, leggi l'interessante articolo di Giovanna Scocchera sul n. 9 della rivista tradurre: "Indagine su un mestiere malnoto. La revisione della traduzione editoriale in Italia".

giovedì 26 ottobre 2017

Che tipi sono, i traduttori?

Se sei una traduttrice o un traduttore oppure ne conosci qualcuno per motivi personali o professionali, qualche volta ti sarà passata per la testa la domanda: "Ma che tipi sono, questi traduttori?".

Ogni tanto ce lo chiediamo anche noi e un po' di tempo fa abbiamo lanciato sul blog un test per scoprirlo, chiedendo ai colleghi: "Quali doti hai sviluppato grazie alla traduzione?". Pensiamo infatti che quando ci si dedica con passione a un'attività, qualunque sia, questa possa modellarci, permettendoci di potenziare capacità che poi diventano aspetti fondamentali di noi.

Ed ecco i risultati del test.

Photo credit: Jesus Arpon via VisualHunt / CC BY-NC-SA
I traduttori sono innanzitutto tipi accurati, attenti ai dettagli secondo il 37% del campione. E in effetti la precisione è una dote fondamentale in un'attività nella quale ogni minima sfumatura del testo ha la sua importanza e la scelta di un traducente a volte può richiedere un'ora di lavoro.
Per diventare traduttori bisogna quindi essere già pignoli in partenza e la pignoleria aumenta via via che si lavora: chi è convinto che "tanto una parola vale l'altra: l'importante è far presto" non è la persona adatta a occuparsi di traduzione. Anche se forse vive più serena di noi, che siamo attanagliati dal perfezionismo: vedi le Deformazioni professionali di traduttori e revisori, la Fobia di ripetizioni e assonanze e il Test: quanto sei pignola/o con le parole?.

Photo via Visual Hunt
Un'altra dote che si sviluppa facendo i traduttori è la capacità di problem solving creativo, come afferma un altro 34% di partecipanti al test.
E la cosa si può spiegare con il fatto che passiamo le nostre giornate a cercare la quadratura del cerchio fra il rispetto del testo di partenza e i vincoli posti dalla nostra lingua di arrivo, nel tentativo costante di trovare soluzioni a un problema di per sé irrisolvibile, quello della traduzione. Nel passaggio da una lingua all'altra, infatti, c'è sempre un quid intraducibile, il cosiddetto "residuo traduttivo", e noi ci arrovelliamo nel tentativo di fare in modo che sia più piccolo possibile, il tutto cercando di dare l'impressione che il testo sia nato non in una lingua straniera, ma direttamente in italiano... Mission Impossible in confronto è un gioco da ragazzi!
Dopo un po' di tempo, sviluppiamo una tale flessibilità e apertura alle soluzioni creative che qualunque altro problema non testuale in confronto ci risulta molto più semplice da affrontare.

Photo credit: Do8y via Visualhunt.com / CC BY-ND
Facendo i traduttori si diventa anche molto organizzati, come afferma il 24% del campione.
A livello di tempo, l'unico obbligo che abbiamo è consegnare la traduzione entro la data stabilita con l'editore o il cliente, quindi possiamo optare, ad esempio, per un part-time verticale (tradurre dal lunedì al giovedì e fare il fine settimana lungo dal venerdì alla domenica) oppure orizzontale (lavorare tutte le mattine mentre i figli sono a scuola) o anche tradurre la notte o con qualunque altra scansione temporale vogliamo.
L'importante è che il giorno della scadenza inviamo per email la traduzione alla casa editrice o al cliente, e per farlo dobbiamo calcolare bene, a ritroso da quella data, il numero di pagine da tradurre, poi da rivedere, poi da rileggere giorno per giorno e suddividerlo per il numero di giorni (o di notti) che occorrono per completare la traduzione, magari lasciando un po' di margine per gli imprevisti.
Insomma, un'organizzazione che, moltiplicata per i libri e/o gli articoli sui quali lavoriamo contemporaneamente, diventa piuttosto complessa e ci spinge a dar valore al tempo e a gestirlo meglio.
Naturalmente ci sono sempre dei margini di miglioramento: se vuoi saperne di più, leggi il post È tutta questione di organizzazione.

Passando invece a una dote che i traduttori in generale non sviluppano, colpisce il fatto che nessuno dei partecipanti segnali di avere migliorato la propria capacità di fare pubbliche relazioni. Segno che siamo già abilissimi nei rapporti professionali e ci muoviamo disinvoltamente tra fiere editoriali, presentazioni di proposte di traduzione e incontri con le case editrici, o al contrario che temiamo come la peste le occasioni di incontro professionale con editori e redattori?
A voi l'ardua sentenza...


Ringraziamo le colleghe e i colleghi che hanno partecipato al test.

sabato 24 giugno 2017

Test: il lavoro di traduzione nobilita l'uomo (e la donna)?

Ciò che fai giorno dopo giorno ti cambia senza che tu te ne accorga e può capitare che, passato un po' di tempo, ti guardi indietro e scopra di avere acquisito capacità che prima non possedevi e che adesso ti sono utili anche in altri ambiti della vita.
Questo test semiserio ti permetterà di scoprire le caratteristiche che hai affinato occupandoti di libri.

La domanda è una sola: quali doti personali hai sviluppato grazie al lavoro di traduzione?

Scegli la risposta che più ti si addice tra le cinque voci seguenti e indicala in questo sondaggio Doodle [aggiornamento del 22 ottobre 2017: il sondaggio è stato chiuso]; nel prossimo post analizzeremo i risultati!

1. Pazienza. Da quando sono abituata a sudare un'ora su una frase e sei mesi su un libro, affrontare una trafila burocratica, la coda al supermercato o la dichiarazione dei redditi è diventato un gioco da ragazzi.

2. Accuratezza. Visto che la paura di aver lasciato un refuso nell'ultimo libro non mi fa dormire, sono diventato molto attento ai dettagli in tutto ciò che faccio. Anzi, attentissimo. Anzi, no: maniaco.

3. Organizzazione. Lavorando su più libri contemporaneamente, so sempre con esattezza quante pagine devo tradurre / rivedere / rileggere ogni giorno per rispettare le scadenze: sono così organizzata che ormai fisso le cene con gli amici un mese prima e ho già prenotato le vacanze da qui al 2020.

4. Problem solving creativo. Passo tutto il giorno a riflettere su come diavolo affrontare le difficoltà del testo: se mi capita di ristrutturare casa o di organizzare un evento con 200 persone, mi scappa da ridere. 

5. Pubbliche relazioni. Sì, è vero, sto sempre chiuso da solo nella mia stanzetta, ma ogni tanto qualche proposta di traduzione agli editori mi tocca pur farla, o magari vado a una fiera editoriale o a un seminario di formazione... così alla fine ho superato quasi del tutto quelle mie fastidiose fobie sociali. 

Se non ti sembra di avere affinato nessuna delle doti elencate sopra, niente paura: da  una ricerca del 2014 è emerso che i lavori intellettuali hanno un effetto moderatamente positivo sull'invecchiamento. Su oltre 1000 soggetti che si sono sottoposti allo studio, coloro che nella vita avevano svolto occupazioni che richiedevano impegno mentale, giunti a 70 anni conservavano meglio degli altri le proprie capacità cognitive.

Ci risentiamo con i risultati del test e, se nel frattempo vuoi raccontarci che cosa ti ha insegnato il lavoro di traduzione, siamo in ascolto!


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L'immagine è di Donatas Grinius, rilasciata con licenza CC BY-NC 2.0 e reperibile qui

domenica 11 giugno 2017

Tradurre non è solo tradurre...

Quando si pensa alla traduzione letteraria, a volte si crede che i traduttori affrontino il loro testo una sola volta, dall'inizio alla fine, e poi consegnino leggiadri la loro traduzione all'editore o al cliente.
In realtà le fasi del lavoro sono molte di più e, quando consegniamo un libro, noi traduttrici editoriali lo abbiamo letto e riletto talmente tante volte che in certi casi siamo in grado di recitarne interi passaggi a memoria...

La traduzione, infatti, è solo la prima di quelle che, secondo noi, sono le cinque fasi fondamentali del lavoro illustrate nell'infografica sotto (le prime tre si svolgono davanti al computer e le ultime due su carta).

1. D'accordo, prima di tutto il libro bisogna tradurlo, cioè dobbiamo produrre un testo in italiano leggibile affrontando, oltre alla resa corretta dell'originale nella nostra lingua, anche tutti gli altri problemi presentati dalla versione originale:

E non è finita qui:
  • se nel testo originale si trovano citazioni di libri che sono stati tradotti in italiano, dobbiamo procurarceli e riportarle così come sono state pubblicate (il che implica frequenti viaggi in biblioteca, la richiesta di aiuto ai colleghi traduttori che dispongono di quei testi in italiano e la consultazione frenetica di Google Books, che consente di visualizzare un numero limitato di pagine di molti libri). 
  • Se poi, come spesso ci capita, il testo è stato scritto da un autore del passato, può essere necessario aggiungere note esplicative e/o una breve introduzione con profilo biografico; a questo punto quindi non saremo più soltanto le traduttrici, ma anche le curatrici del volume.
Come facciamo tutto questo, lavorando a quattro mani? Semplice, dividiamo ogni libro a metà e lavoriamo in parallelo alla sua traduzione. In questa fase non ci imponiamo di risolvere in maniera definitiva tutti i problemi elencati sopra, ma almeno di proporre una o più soluzioni possibili; nel caso queste soluzioni non ci convincano, le evidenziamo in giallo.

2. La fase successiva è l'autorevisione: si riprende in mano tutto il testo e ciascuna di noi confronta la parte tradotta dall'altra riga per riga con l'originale, per verificare che la traduzione sia corretta e per inserire le immancabili righe saltate (se a ogni poeta manca un verso, a ogni traduttrice manca una riga: quando si traduce se ne perde spesso qualcuna). Non solo: questa fase può anche essere una riscrittura, nella quale la lingua a volte un po' ingessata della prima versione trova maggiore fluidità.

Inoltre, il fatto di procedere un po' più rapidamente rispetto alla traduzione ci consente di vedere il testo da una maggiore distanza, come con lo zoom indietro: nella traduzione si sta "attaccate" all'originale e lo si segue parola per parola, nell'autorevisione ci si allontana di qualche passo e lo si studia con maggiore distacco, il che permette di cogliere eventuali errori di interpretazione e punti della traduzione da migliorare perché magari sono resi in modo un po' goffo. In questa fase è più facile intervenire sui temibili "giallini" (i termini o brani la cui resa non ci convince e che perciò avevamo evidenziato in giallo mentre traducevamo), ma è anche possibile inserirne di nuovi se in certi punti non si riesce a trovare una soluzione che ci soddisfi.

L'autorevisione è doppia, nel senso che ogni giorno riprendiamo in mano le pagine che abbiamo rivisto il giorno precedente e le rileggiamo velocemente per vedere se c'è ancora qualche intervento da fare, dopodiché affrontiamo le nuove pagine di revisione che ci siamo assegnate.

3. Una volta terminata la revisione, si arriva alla terza fase, quella in cui finalmente affrontiamo i benedetti "giallini" che ci assillano. Riprendiamo il testo da capo alla ricerca dei punti evidenziati in precedenza e ci confrontiamo tra di noi e con i colleghi traduttori alla ricerca di una soluzione che rispetti l'originale e funzioni anche nella nostra lingua.

In alcuni casi questa scelta non compete direttamente a noi, ma alla redazione, e allora segnaliamo la necessità di un intervento aggiungendo al testo un nostro commento tra parentesi quadre, in un colore diverso da quello della traduzione. Un esempio: in uno degli ultimi libri che abbiamo tradotto, un saggio contemporaneo dal francese, l'aggettivo napolitain, cioè "napoletano", veniva usato come sinonimo di "pigro, indolente". Dato il contesto, quella parola non era irrinunciabile e ci pareva che una traduzione letterale sarebbe risultata offensiva per i lettori italiani, perciò abbiamo segnalato il fatto alla redazione (proponendo come alternativa "bradipo").
4. Risolti i famigerati "giallini", stampiamo il testo su carta (riciclata, eh!) e lo rileggiamo entrambe molto lentamente. A questo punto lo zoom indietro è ancora maggiore rispetto alla fase dell'autorevisione e possono saltare agli occhi eventuali incongruenze da segnalare all'autore/autrice, come il classico caso del personaggio che a pagina 10 ha venticinque anni e a pagina 45, quando nel romanzo sono passati pochi mesi, ne ha improvvisamente ventotto. Nella fase della traduzione non ce n'eravamo accorte perché eravamo troppo vicine alla parola, ma la visione più generale che si ha nella rilettura ci permette di scoprirlo.

Questa fase, però, serve soprattutto a eliminare i refusi e a rifinire ulteriormente il testo, individuando le frasi che risultano ancora goffe e richiedono un ultimo intervento prima di inviare il file all'editore.

5. La quinta fase si svolge un po' di tempo dopo, quando la redazione ha finito di rivedere il testo da noi consegnato e il grafico ha impaginato il volume. È la correzione delle bozze, ossia una ripetizione della fase 4, stavolta non sul cartaceo di Word, ma su quello del Pdf. Come nella fase precedente, andiamo a caccia di refusi, goffaggini, incongruenze e di tutto ciò che ancora non funziona, dopodiché... si va in stampa! (Sperando che nel testo non siano rimasti errori.)

Ecco, queste sono secondo noi le fasi della traduzione editoriale: il lavoro è lungo e articolato, perciò se si vuole che il risultato sia professionale bisogna affidarsi a professioniste/i (vedi il video del post intitolato Perché per le traduzioni è meglio ingaggiare un professionista...)

E tu, quale metodo usi per tradurre i tuoi testi? In che cosa è simile/diverso dal nostro?


Abbiamo realizzato l'infografica con Canvase ti è piaciuta, puoi condividere il post usando le icone nel riquadro grigio qui sotto.
La foto in alto, di WordShore, è disponibile qui e rilasciata con licenza CC BY-NC-ND 2.0, mentre quella a metà del post è di William Warby (disponibile qui e rilasciata con licenza CC BY 2.0).

lunedì 5 giugno 2017

Come conteggiare le battute di un pdf senza installare programmi?

Se lavori in campo editoriale (ma anche se non lo fai), ti sarà capitato prima o poi di dover calcolare quanti caratteri contenga un file pdf.
In particolare, se sei una traduttrice o un traduttore, può darsi che l'editore ti abbia inviato il pdf del libro da tradurre, visto che quasi nessuno ti manda più il volume cartaceo originale come si usava una volta. Magari sei tu che vuoi farti un'idea del numero di cartelle e dei relativi tempi di traduzione, oppure è la casa editrice stessa a chiederti un preventivo. Fatto sta che in qualche modo devi riuscire a capire quanti diavolo di caratteri contiene il tuo file, e a volte non è per niente facile.

Di recente ci siamo imbattute in un pdf particolarmente ostico da conteggiare e abbiamo deciso di affrontarlo in maniera scientifica utilizzando vari strumenti, in modo da poter poi annotare, e segnalare, la procedura più efficace. Eccola sintetizzata in questa infografica, che illustriamo di seguito in dettaglio.



Innanzitutto devi scoprire se il tuo pdf è stato generato usando un'applicazione, ad esempio Word, oppure è frutto di una scansione. Come si fa? Semplice: se il file nasce da un programma, ingrandendo un dettaglio della pagina non perderai la nitidezza delle parole, mentre se è stato creato facendo una scansione, più ingrandisci, più i caratteri diventeranno illeggibili.

Se il tuo pdf è generato da un programma, la soluzione è semplice e te la offre Acrobat Reader stesso: vai su File > Salva come altro e scegli il formato "Testo". Il tuo file verrà salvato con estensione txt, dopodiché potrai aprirlo con Word e conteggiare i caratteri come hai sempre fatto (ossia andando su Revisione > Conteggio parole oppure cliccando in basso a sinistra nello schermo dove trovi scritto "Parole"). In questo modo otterrai inoltre un testo editabile in Word, che però nella conversione acquisterà un sacco di spazi bianchi in più (quindi il conteggio dei caratteri spazi inclusi sarà un po' più alto del dovuto).
Se vuoi un conteggio dei caratteri più preciso, ma non ti serve il testo editabile, puoi usare Textomate. Questo sito non richiede registrazioni e calcola velocemente e con precisione il numero di parole, caratteri spazi inclusi e spazi esclusi. Fa soltanto questo (cioè non ti fornisce il testo in altri formati), ma lo fa bene, e non soltanto con i pdf generati da applicazione: funziona anche con alcune scansioni.

E veniamo ai pdf più spinosi: se il file nasce da una scansione, infatti, le cose si complicano un po'. Textomate a parte, abbiamo provato diversi sistemi gratuiti che non richiedono l'installazione di programmi e quello che è uscito vincitore dalla gara è stato OCR Space.
OCR Space non richiede la registrazione e accetta file di più pagine, a differenza di altri sistemi, come Online OCR (che funziona altrettanto bene), i quali ti impongono di creare un profilo utente nel caso tu voglia convertire file che contengono più di una pagina (e se stiamo parlando di libri, beh...!).
L'unico limite di OCR Space è che il pdf da convertire non deve superare i 5 M; se fosse di peso superiore, puoi comunque ridurne le dimensioni caricandolo su Small pdf, un altro sito gratuito che non richiede la creazione di un account.
Il vantaggio di questi OCR rispetto a Textomate è che ti forniscono il testo editabile.

Se la scansione è particolarmente illeggibile e questi sistemi non funzionano, pare che l'alternativa migliore sia Abbyy: è un programma a pagamento da installare, che però offre anche una versione di prova di 30 giorni con la quale puoi convertire al massimo 3 pagine per volta (che non è l'ideale per i libri). Non l'abbiamo provato, ma dalle recensioni pare che sia ottimo e, se hai la necessità di dover conteggiare parecchi pdf molto brevi e recalcitranti e di doverli convertire in testo, puoi tentare l'esperimento.

Un'altra possibilità che ti presentiamo, senza però averla sperimentata di persona, è l'uso di Word 2013 o superiore: pare che queste nuove versioni siano in grado di aprire i pdf (sia ottenuti con un'applicazione, sia con una scansione) utilizzando il semplice comando File > Apri. Il programma ti chiederà se accetti eventuali modifiche al file; bisogna cliccare Ok, dopodiché si può utilizzare il comando Salva con nome e salvare il file in formato Word, che permette di contare facilmente i caratteri e di lavorare sul testo.

Facci sapere quali altre soluzioni conosci e buoni conteggi!

Abbiamo realizzato l'infografica con easel.ly; se ti è piaciuta, puoi condividerla usando le icone nel riquadro grigio qui sotto. 
Guarda anche gli altri post con le infografiche.

martedì 27 dicembre 2016

Haiku del refuso

Non c'è niente che faccia infuriare noi traduttrici e autrici, insieme a revisori, redattori e correttori di bozze, più dello sfogliare l'ultimo libro sul quale abbiamo lavorato e scoprire subito un refuso.

Per prenderla con filosofia, abbiamo composto per voi questi haiku del refuso, da leggere lentamente e assaporare uno per uno in tutta la loro antica saggezza... buona lettura!


Cento volte il tuo occhio si posa, 
ma ancora 
il refuso ti guarda e sorride.


Sulla carta stampata 
ora brilla un errore: 
la bellezza del caos (o del caso).


Tu non c’eri, “d” eufonica 
quando lessi le bozze: 
misteriosa presenza.


Libro aperto a casaccio:
d’improvviso, sull'errore
si tuffa, il mio occhio.


Si va in stampa:
non venire, refuso, 
a turbare i miei sogni stanotte.


Ho corretto e sudato,
ma l’errore è rimasto:
ineluttabilità del destino.



Se il post ti è piaciuto, condividilo cliccando sulle icone nel riquadro grigio sotto e leggi anche gli Aforismi sulla traduzione editoriale e un aforisma sui traduttori ispirato a Coco Chanel.

Le immagini sono di Yosa Buson (1716-1784), pittore e poeta giapponese, tra i maggiori autori di haiku, e sono di pubblico dominio (reperibili qui). Puoi leggere le sue poesie raccolte nel volume Sessantasei haiku, edito da La vita felice. Ti consigliamo anche la corposa antologia dei massimi autori classici di haiku curata da Elena Dal Pra per Mondadori e intitolata Haiku.

martedì 13 dicembre 2016

Quanto si guadagna in editoria? Donne e uomini a confronto

Oggi ti proponiamo un rapido quiz: ammettiamo che tu lavori nell'editoria (ma puoi partecipare anche in caso contrario). Secondo te, donne e uomini di questo settore guadagnano allo stesso modo? Le traduttrici guadagnano quanto i traduttori? I revisori esterni quanto le revisore? Le correttrici di bozze quanto i correttori?

Ecco le possibili risposte:
  1. Ma certo: siccome i compensi sono stabiliti in base alle cartelle lavorate, non può esserci alcuna differenza tra il reddito di una donna e quello di un uomo che producono lo stesso numero di cartelle per lo stesso editore. 
  2. Mmmh, forse qualche piccola differenza tra uomini e donne esisterà... magari la stessa che si registra in media in Italia. E che sarà mai?
Hai risposto 1? In effetti la logica indurrebbe a pensarla come te...
...ma il rapporto Ires intitolato Editoria invisibile. Un'inchiesta sui lavoratori precari dell'editoria del 2013 ci racconta qualcosa di diverso, qualcosa di più simile alla risposta 2, come potrai vedere tra poco.

Se hai risposto 2, hai indovinato e come premio ti proponiamo un ulteriore quiz, stavolta di cultura generale: sai quanto hanno guadagnato in meno le donne italiane rispetto ai colleghi maschi con il loro stesso inquadramento, nel 2016?
  1. l'1%
  2. il 6%
  3. l'11%

Ebbene sì, la risposta giusta è purtroppo la 3, ed esattamente il 10,9%, come puoi leggere nel resoconto di Repubblica. Questo vuol dire ad esempio che, se sei un barista, guadagni 1000 euro, ma se invece sei una barista, per preparare gli stessi tè, caffè e cappuccini del tuo collega potresti guadagnarne poco meno di 900.

Tornando al settore editoriale, per quanto riguarda noi collaboratori esterni delle case editrici, il rapporto Ires a cui abbiamo accennato afferma che quasi 6 donne su 10 (il 58,7%) tra quelle intervistate percepivano una retribuzione lorda annuale inferiore ai 15.000 euro, a fronte del 46,3% degli uomini. Le donne che lavorano nell'editoria, quindi, hanno uno svantaggio di oltre 12 punti percentuali sui colleghi maschi. Interessante, no? Noi non ce lo aspettavamo.

E adesso veniamo all'ultimo test, per il quale però non ci sono risposte giuste o sbagliate, ma solo ipotesi: come ti spieghi questa differenza retributiva tra uomini e donne nel settore editoriale (e non solo)?
  1. Le donne vorrebbero guadagnare di più, ma sono meno abili degli uomini a negoziare i compensi.
  2. Gli editori si aspettano di dover pagare di più un uomo perché per convenzione è il "capofamiglia", quindi nella negoziazione sono più disponibili a concedergli compensi più alti.
  3. Le donne sanno di potersi "appoggiare" al reddito dei loro compagni/mariti, quindi evitano di negoziare.
  4. Le donne non pensano di meritare di più per il loro lavoro, quindi non negoziano; gli uomini invece sono più convinti delle loro capacità e negoziano per farsi pagare meglio.
  5. Le donne si sentono già così fortunate di poter collaborare con un editore che non si pongono la questione del compenso; gli uomini invece sì.
  6. Altro: specificalo nei commenti in calce al post!

Se hai risposto 1, in sostanza ritieni che la difficoltà delle donne nel guadagnare di più sia legata alla loro incompetenza nella negoziazione. 
Se ti riconosci in questo profilo, ti suggeriamo la lettura di qualcuno dei numerosi testi che esistono in commercio sulle capacità di negoziazione e come migliorarle (ad esempio quello segnalato in questo post sulle letture da non perdere).

Se hai risposto 2 o 3, ritieni che la differenza retributiva sia dovuta alla discriminazione: secondo te, editori e collaboratrici editoriali sono dell'idea che gli uomini debbano essere pagati di più e che le donne si possano/debbano "appoggiare" al reddito dei loro partner maschi, ragion per cui la negoziazione tra le parti non decolla. 
Se condividi quest'idea, ci permettiamo di suggerirti una riflessione approfondita sulla questione della parità di genere, come quella che si trova ad esempio nel bel libro di Caterina Soffici Ma le donne no (Feltrinelli 2010).
Se invece donne e uomini per te pari sono, prova il test Gender-Career IAT, che misura quanto è forte la tua tendenza inconscia a collegare gli uomini alla carriera e le donne alla famiglia... i risultati potrebbero sorprenderti!

Se infine hai risposto 4 o 5, stai ponendo la questione sul piano dell'autostima: se pensi di dover migliorare questo aspetto, ti consigliamo il libro di Sheryl Sandberg, direttrice operativa di Facebook, intitolato Facciamoci avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire (trad. it. di Sara Crimi e Laura Tasso, Mondadori 2013) e il sito Lean In, ispirato al libro.

E buone negoziazioni a tutte!

Se il tema della parità di genere ti interessa, leggi anche gli altri post: Cartelli... per soli uomini, Via: sostantivo singolare. Femminile?, Una lingua per le donne.

L'immagine Mind the gap di London Student Feminists è distribuita con licenza CC Attribution Share Alike 3.0 ed è reperibile qui; Male and Female Communication è un'elaborazione grafica di pubblico dominio realizzata da Nevit Dilmen e reperibile qui.

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martedì 29 novembre 2016

Alle radici della creatività: come lavora un grafico editoriale

Come fanno i grafici editoriali a trasformare in immagini, ad esempio in una bella copertina, l’essenza di un romanzo?

Noi ce lo chiediamo spesso, di fronte a copertine o locandine particolarmente azzeccate, con una sconfinata ammirazione per chi sa fare questo lavoro. In passato abbiamo dedicato all'argomento anche un altro paio di post: Come vengono scelte le copertine dei libri e Non si giudica un libro dalla copertina… o forse sì.

Stavolta, per approfondire la questione, abbiamo intervistato un grafico, il bravissimo Tirez sur le graphiste, cercando di scoprire i suoi segreti. Tra le altre cose, Tirez sur le graphiste realizza le locandine delle presentazioni di libri che si tengono presso una libreria indipendente di Pistoia che ti consigliamo di visitare, Les Bouquinistes.

Ecco quello che gli abbiamo chiesto.

Come si accende la scintilla creativa che ti permette di raccontare con un’immagine il contenuto della presentazione di un libro? 
Di solito cerco di capire di cosa tratta il libro, ma sempre tenendo presente che non sto disegnando una copertina: sto disegnando la locandina della presentazione, che è una cosa diversa.
Poi passo alla ricerca delle immagini per farmi ispirare: vado su Google e vedo che cosa esce digitando qualche parola chiave legata al libro. Ad esempio, per il vostro graphic novel su Seveso era venuta fuori la foto delle pecore morte che mi aveva colpito molto.
A quel punto creo una cartellina in cui inserisco le immagini che mi sono rimaste più impresse. Faccio macerare il tutto mentre porto avanti gli altri lavori: ogni tanto riapro la cartellina e mi soffermo per un po’ sulle immagini raccolte per vedere se mi viene qualche idea.
Dopo un paio di giorni mi metto al lavoro sulla parte grafica vera e propria: disegno qualche elemento che mi è venuto in mente nel frattempo, provo gli abbinamenti di colori e vado avanti finché il risultato non mi soddisfa.


Ma come ti viene l’idea davvero creativa, che lascia a bocca aperta chi guarda la locandina, come ad esempio quella per il graphic novel su Seveso in cui le nubi del cielo si trasformano in pecore morte sulla terra? 
Succede in un attimo, non saprei dirti come. In quel caso, avevo già disegnato un prato verde con le pecore morte, ma non il cielo; all'inizio avevo pensato di lasciare vuoto lo spazio in alto per inserirci il testo, poi, siccome la nube era venuta dal cielo, ho pensato di metterci delle nuvole.
Stavo ragionando su come realizzarle, perché spesso quando rappresenti le nuvole ti vengono come le disegnano i bambini, fatte di tanti semicerchi accostati. Poi, guardando l’immagine delle pecore, ho visto che già quelle erano come nuvole e in un lampo mi è venuta l’idea delle nubi del cielo che si trasformavano in pecore morte sulla terra.
Per i colori, ho scelto quelli di una natura rigogliosa e sana, in modo da creare il contrasto con la nube tossica.

A proposito di colori, le tue locandine hanno spesso tonalità molto accese o insolite. Come le scegli?
La scelta è piuttosto rapida: a volte mi guida un elemento del testo, ad esempio nella locandina di Ossa, cervelli, mummie e capelli il corpetto di Mozart era cremisi e da lì mi è venuto in mente di inserire uno sfondo contrastante, come l’arancione.
Nel mio lavoro studio spesso le palette di colori per cercare nuove ispirazioni e, quando poi passo alla realizzazione, la scelta è istintiva.


Quanto tempo impieghi a realizzare una locandina? 
Dopo i due giorni in cui lascio macerare le idee, il lavoro di grafica vero e proprio richiede circa tre ore.

Ci sono mai ripensamenti? 
Spesso non ne ho il tempo, ma anche quando posso realizzare più versioni finite della stessa locandina, mi ritrovo a tornare alla prima o al massimo alla seconda idea che mi era venuta.

Quali emozioni ti guidano durante il lavoro? 
Soprattutto la curiosità, il desiderio di giocare con i vari elementi, di combinarli alla ricerca di un risultato che mi soddisfi. Questo vale se ho tempo a sufficienza, perché se invece devo svolgere troppi lavori contemporaneamente, domina la fretta e sono costretto a lasciare il gioco in secondo piano.

Dopo l'intervista, grazie a quello che ci ha rivelato Tirez sur le graphiste abbiamo tratto la conclusione che la scintilla creativa nasce dall'unione di tre elementi:
  • una lunga esperienza alle spalle e un costante lavoro di aggiornamento e ricerca 
  • un po’ di tempo a disposizione per poter sperimentare 
  • un atteggiamento di curiosità, il desiderio di giocare con il progetto in corso e di trovare soluzioni soddisfacenti. 
E ci sembra che questo possa valere per tutti i lavori creativi, compreso il nostro.
Ringraziamo Tirez sur le graphiste per aver condiviso con noi le sue intuizioni!

Se l’argomento ti interessa, ti consigliamo di leggere anche Da dove vengono le idee?, che indaga i modi in cui possiamo stimolare l'intuizione, e 9 spunti per essere più soddisfatti sul lavoro, in cui parliamo dello stato di flusso, ossia dei momenti di grande concentrazione e creatività che ci fanno sentire bene e realizzare le nostre opere migliori.

giovedì 27 ottobre 2016

Che cosa si fa quando si traduce? Il grande gioco della traduzione letteraria

Che cosa fanno veramente i traduttori letterari quando traducono?
Non tutti lo sanno, perciò abbiamo pensato di proporti il grande gioco della traduzione per farti conoscere meglio il mondo dei traduttori, anche se magari il tuo lavoro è tutt'altro.

Ed ecco qua il gioco: ammettiamo che tu sia una traduttrice letteraria svedese (non importa se in svedese non sai dire nemmeno "ciao"!) e che debba tradurre nella tua lingua l'incipit de Il ladro di merendine, un libro di Camilleri con il commissario Montalbano di cui avevamo già parlato qui:

"S'arrisbigliò malamente: i linzòla, nel sudatizzo del sonno agitato per via del chilo e mezzo di sarde a beccafico che la sera avanti si era sbafàto, gli si erano strettamente arravugliate torno torno il corpo, gli parse di essere diventato una mummia."


Non lasciarti impressionare dal siciliano del testo e nemmeno dal fatto che non sai lo svedese, ma soffermati solo sulle sarde a beccafico e sulla lingua italiana, perché su queste si concentrerà il nostro gioco.
Come puoi far capire ai tuoi lettori svedesi che cos'è questo piatto?

Be', innanzitutto devi scoprirlo tu: il primo passo di ogni traduzione consiste infatti nel documentarsi per capire di che cosa si sta parlando. Nemmeno noi, che siamo italiane ma non siciliane, sapevamo come si prepara questa pietanza prima di andare in Sicilia, e forse nemmeno tu, traduttrice svedese, ne hai la più pallida idea.

Nel caso nostro abbiamo condotto una piacevole ricerca sul campo durante l'ultimo viaggio sull'isola, scoprendo che le sarde a beccafico sono grosse sardine al forno farcite di pangrattato, aglio, prezzemolo, pinoli e uvetta. Questo è sicuramente il modo più divertente e completo per imparare le usanze del mondo dal quale traduci, ma richiede tempo e viaggi.

Tu, invece, sarai seduta alla tua scrivania a Malmö e avrai fretta di consegnare la traduzione, quindi ti documenterai subito su internet (per le sarde a beccafico, ad esempio, esiste una pagina di Wikipedia in italiano e in tedesco, e la ricetta si trova in moltissime altre lingue) e magari in biblioteca.

Una volta scoperto di che cosa si tratta, però, ti rimane la parte più spinosa della questione: come raccontare le sarde a beccafico agli svedesi?

Potrai adottare diverse strategie, ognuna delle quali ha i suoi pro e contro. Scegli quella che ti sembra più adatta e troverai i nostri commenti alla fine del post.

Allora, come traduci "sarde a beccafico" in svedese?
  1. Semplice: non ti poni il problema. Salti tutta la frase incriminata e ti limiti a tradurre le righe sopra e quelle sotto.
  2. Ti poni il problema e decidi di non tradurre l'espressione: lasci sarde a beccafico in italiano.
  3. Spieghi ai tuoi lettori com'è la ricetta, dicendo che il commissario Montalbano aveva mangiato un chilo e mezzo di “grosse sardine farcite di pangrattato, aglio, prezzemolo, pinoli e uvetta”.
  4. Fai mangiare al tuo commissario un piatto di pesce tipicamente svedese, che i tuoi lettori riconosceranno sicuramente: "un chilo e mezzo di aringhe marinate".
  5. Fai mangiare al commissario un piatto tipicamente siciliano già noto al pubblico svedese: "un chilo e mezzo di cannoli".
  6. Dal momento che in Svezia le sardine le conoscete bene, e che le sarde a beccafico in fondo sono grosse sardine zeppe di ogni bendidio, generalizzi un po' traducendo "sardine ripiene". 
Hai fatto la tua scelta? Bene, vediamo i pro e i contro di ogni strategia!
  1. Eliminazione. Il pro è che ti risparmi una bella fatica, ma il contro è che stai facendo un'operazione scorrettissima: se sei una traduttrice, devi tradurre, non tagliare! Per citare un caso estremo, in Italia questa strategia si utilizzava durante il periodo fascista, eliminando dai libri stranieri che venivano tradotti nella nostra lingua i comportamenti disapprovati dal regime (aborto, incesto, pacifismo, emancipazione femminile, comunismo).
  2. Esotizzazione. Il vantaggio, anche in questo caso, è che ti risparmi la fatica di tradurre, ma il problema è che il lettore non capirà che cosa avesse mangiato di preciso Montalbano. In questo caso, a volte si fornisce la spiegazione in una nota del traduttore a piè di pagina oppure (se le espressioni "esotiche" sono tante) in un glossarietto in fondo al libro.
  3. Spiegazione. Pro: è molto precisa. Contro: è molto lunga, perché invece di tre parole hai inserito una frase intera, perciò rischi di spezzare il ritmo della narrazione.
  4. Omologazione. I lettori svedesi capiranno che Montalbano ha mangiato un piatto di pesce, ma dov'è andata a finire l'ambientazione siciliana? 
  5. Sostituzione. Qui sei riuscita a conservare la sicilianità del racconto, ma hai fatto mangiare a Montalbano un dolce invece di un pesce.
  6. Generalizzazione. Pro: rendi abbastanza bene l'idea. Contro: perdi il dettaglio tipicamente italiano e siciliano del beccafico, per cui Montalbano potrebbe trovarsi in molti paesi del mondo.
In ogni strategia a un "pro" corrisponde un "contro" più o meno importante. Se stavi cercando la risposta giusta, la soluzione valida per tutti i casi di questo genere, dobbiamo quindi confessarti che non è facile da trovare: tolta la numero 1, che per i traduttori è eticamente scorretta, tutte le altre possono essere usate e di fatto vengono usate valutando di volta in volta il contesto. (Se vuoi sapere come i veri traduttori di Camilleri hanno affrontato la traduzione di espressioni simili, leggi anche Come tradurre il dialetto? Il caso Montalbano).

Per avvicinarci a una soluzione che ci fornisca più "pro" e meno "contro", possiamo anche mixare le strategie riportate sopra, traducendo ad esempio in svedese la parola "sardine" (come nei casi 3 e 6) e lasciando in italiano a beccafico (come nel 2), oppure cercare altre soluzioni creative di questo genere.

A ogni modo, il nostro lavoro consiste nella continua ricerca di una perfezione impossibile, perché riuscire a veicolare un aspetto del testo significa spesso dover rinunciare a un altro: sta a noi decidere cosa dobbiamo conservare nella traduzione e cosa possiamo perdere, e questa decisione è spesso difficile.

Inviaci le tue soluzioni creative e... bon appétit!


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La foto delle sarde a beccafico, di franzconde, è rilasciata con licenza CC BY 2.0 e disponibile qui.