Se passate le giornate a scrivere al computer e lo fate con gli occhi sulla tastiera e usando gli indici, può esservi utile saper dattilografare con tutte e dieci le dita senza guardare i tasti, in modo da far andare le mani al ritmo del pensiero.
Esiste un programma gratuito che permette di imparare la dattilografia e che si può scaricare qui: TutoreDattilo. Il software è in italiano, ha un livello per principianti e uno per esperti e diversi tipi di esercizi e giochi per imparare.
Se invece siete già dattilografi esperti, potete divertirvi a misurare la vostra velocità e precisione di battitura sul sito 10 Fast Fingers: la pagina mostra una serie di parole da copiare e, non appena iniziate, il timer fa partire il conto alla rovescia da 60 secondi a zero. Scaduto il tempo, ecco i risultati: numero di parole al minuto, caratteri battuti, errori di digitazione. Eseguendo il test a distanza di tempo si possono misurare i propri progressi e, per chi ama la competizione, si possono organizzare gare di velocità con gli amici.
E per finire, una curiosità: vi siete mai accorti che le vostre dita si accorgono degli errori di battitura? Può anche darsi che gli occhi non li notino, ma di certo non sfuggono alle mani.
Lo racconta questo articolo pubblicato sulla rivista Science: dattilografi esperti sono stati sottoposti a test di battitura in cui alcuni errori venivano corretti a loro insaputa, mentre in altre parole scritte correttamente venivano inseriti refusi. Se i trucchi dei ricercatori ingannavano i soggetti sul piano cognitivo, non riuscivano però a raggirare le loro mani: dopo aver commesso un errore, difatti, le dita rallentavano sempre, cosa che non accadeva quando il testo battuto era corretto.
L'immagine è di hanna ghermay.
lunedì 20 maggio 2013
lunedì 13 maggio 2013
Come trovare le rime giuste
Se vi è mai capitato di tradurre o scrivere poesie e filastrocche o di comporre canzoni, forse vi siete ritrovati con una rima sulla punta della lingua che si rifiutava ostinatamente di uscire. In questi casi è molto utile avere sotto mano un rimario.
Su Internet se ne trovano diversi, ma in genere hanno il difetto di elencare le parole tutte in fila senza distinguere tra nomi, aggettivi e verbi, cosa che a volte risulta piuttosto utile. Il rimario di Virgilio.it risolve questo problema fornendo i risultati suddivisi per categoria grammaticale: basta inserire la parola che vogliamo rimare e cliccare su "Trova".
Altre volte può far comodo che la nostra rima abbia un dato numero di sillabe, ad esempio quando stiamo utilizzando una metrica fissa: in questo caso si può consultare Rimador, selezionare la lingua, inserire solo le ultime lettere da rimare, cliccare su "Cerca rime" e poi su "Vedi sillabe in una riga". Così facendo il sito suddividerà le parole trovate in base al numero di sillabe.
Un difetto comune a tutti i rimari che abbiamo consultato è che non tengono conto del punto in cui cade l'accento della parola, ma solo delle ultime lettere che la compongono: stando a questi siti, ad esempio, amore fa rima con femore, mentre in realtà la prima parola è piana e la seconda, sdrucciola.
E se state scrivendo o traducendo in una lingua straniera? Rimador offre il servizio anche in inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e altre lingue, così come Rimas.
Buone rime a tutti!
L'immagine è stata creata con Wordle.
Su Internet se ne trovano diversi, ma in genere hanno il difetto di elencare le parole tutte in fila senza distinguere tra nomi, aggettivi e verbi, cosa che a volte risulta piuttosto utile. Il rimario di Virgilio.it risolve questo problema fornendo i risultati suddivisi per categoria grammaticale: basta inserire la parola che vogliamo rimare e cliccare su "Trova".
Altre volte può far comodo che la nostra rima abbia un dato numero di sillabe, ad esempio quando stiamo utilizzando una metrica fissa: in questo caso si può consultare Rimador, selezionare la lingua, inserire solo le ultime lettere da rimare, cliccare su "Cerca rime" e poi su "Vedi sillabe in una riga". Così facendo il sito suddividerà le parole trovate in base al numero di sillabe.
Un difetto comune a tutti i rimari che abbiamo consultato è che non tengono conto del punto in cui cade l'accento della parola, ma solo delle ultime lettere che la compongono: stando a questi siti, ad esempio, amore fa rima con femore, mentre in realtà la prima parola è piana e la seconda, sdrucciola.
E se state scrivendo o traducendo in una lingua straniera? Rimador offre il servizio anche in inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e altre lingue, così come Rimas.
Buone rime a tutti!
L'immagine è stata creata con Wordle.
lunedì 6 maggio 2013
"Via": sostantivo singolare. Femminile?
In quale via abiti?
Siamo pronte a scommettere che la tua via è intitolata a un uomo, come quasi tutte quelle d'Italia.
Per quanto ci riguarda, ad esempio, tolte le strade dedicate a località (ponti, montagne, isole e città) abbiamo vissuto in via Pietro Toselli, via Riccardo Zandonai, via Ferdinando Paoletti, via del Caravaggio, piazza sant'Agostino e via Pellegrino Tibaldi, ma mai in una strada con un nome di donna.
Su 100 vie d'Italia, infatti, in media soltanto 8 sono intitolate a donne: se passeggiamo per la città guardando i cartelli, ci ritroviamo circondati da una serie di uomini più o meno illustri (sfidiamo qualcuno a dirci chi fosse Ferdinando Paoletti... no, cercare su Internet non vale!), ma sempre e solo uomini.
Le poche donne presenti sono per lo più sante, Madonne, religiose o benefattrici, ma solo raramente esponenti del mondo culturale o politico, come se nessuna donna avesse mai scritto un libro, contribuito al progresso scientifico o ricoperto degnamente una carica pubblica.
La cosa è talmente scontata che nemmeno ce ne accorgiamo, e neppure noi ci avevamo fatto caso: per rendercene conto abbiamo dovuto partecipare a un intervento del gruppo Toponomastica femminile all'interno della rassegna Leggere la città.
Poiché anche i nomi di strade e piazze contribuiscono a creare la nostra cultura, definendo quali siano le figure degne di essere ricordate, il gruppo Toponomastica femminile chiede alle giunte comunali di tutta Italia di dedicare i luoghi pubblici alle donne per compensare il sessismo della toponomastica attuale. Leggi le sue proposte sul sito.
Il cartello riprodotto sopra si usa in Germania nelle aree pedonali; sul cartello italiano si vede invece la figura di un uomo.
Siamo pronte a scommettere che la tua via è intitolata a un uomo, come quasi tutte quelle d'Italia.
Per quanto ci riguarda, ad esempio, tolte le strade dedicate a località (ponti, montagne, isole e città) abbiamo vissuto in via Pietro Toselli, via Riccardo Zandonai, via Ferdinando Paoletti, via del Caravaggio, piazza sant'Agostino e via Pellegrino Tibaldi, ma mai in una strada con un nome di donna.
Su 100 vie d'Italia, infatti, in media soltanto 8 sono intitolate a donne: se passeggiamo per la città guardando i cartelli, ci ritroviamo circondati da una serie di uomini più o meno illustri (sfidiamo qualcuno a dirci chi fosse Ferdinando Paoletti... no, cercare su Internet non vale!), ma sempre e solo uomini.
Le poche donne presenti sono per lo più sante, Madonne, religiose o benefattrici, ma solo raramente esponenti del mondo culturale o politico, come se nessuna donna avesse mai scritto un libro, contribuito al progresso scientifico o ricoperto degnamente una carica pubblica.
La cosa è talmente scontata che nemmeno ce ne accorgiamo, e neppure noi ci avevamo fatto caso: per rendercene conto abbiamo dovuto partecipare a un intervento del gruppo Toponomastica femminile all'interno della rassegna Leggere la città.
Poiché anche i nomi di strade e piazze contribuiscono a creare la nostra cultura, definendo quali siano le figure degne di essere ricordate, il gruppo Toponomastica femminile chiede alle giunte comunali di tutta Italia di dedicare i luoghi pubblici alle donne per compensare il sessismo della toponomastica attuale. Leggi le sue proposte sul sito.
Il cartello riprodotto sopra si usa in Germania nelle aree pedonali; sul cartello italiano si vede invece la figura di un uomo.
Argomenti:
donne,
lingua e società
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venerdì 19 aprile 2013
Quanto guadagnano i traduttori editoriali? I risultati dell'inchiesta
Ricordate l'inchiesta di Biblit sulle tariffe dei traduttori editoriali di cui avevamo dato notizia in questo post?
I risultati sono adesso disponibili sul sito di Biblit, cliccando su "Inchiesta tariffe".
Saranno presentati il 23 aprile in occasione della Giornata mondiale del libro e del diritto d'autore a Roma, presso la Casa delle traduzioni. Buon incontro a tutti!
I risultati sono adesso disponibili sul sito di Biblit, cliccando su "Inchiesta tariffe".
Saranno presentati il 23 aprile in occasione della Giornata mondiale del libro e del diritto d'autore a Roma, presso la Casa delle traduzioni. Buon incontro a tutti!
lunedì 15 aprile 2013
Test: che typo sei?
Come gli esseri umani, anche i caratteri tipografici hanno una loro personalità, non c'è dubbio: la distinzione fondamentale in tipografia è tra quelli con le "grazie", ossia quei piccoli prolungamenti inseriti all'estremità delle lettere a mo' di decorazione (in inglese detti serif), come il classico Times New Roman e quelli privi di grazie (sans serif), detti anche "bastoni", come l'altrettanto usato Arial.
Poi naturalmente esistono caratteri dal sapore antico e altri più moderni, font eleganti che assomigliano alla scrittura a mano e altri che prevedono solo l'uso delle maiuscole (come per farsi notare a tutti i costi) e poi ancora altri mille, tutti diversi tra loro.
Così, la Pentagram ha creato l'originale videotest "What type are you?" che abbina il font giusto a ognuno di noi: basta rispondere a quattro domande sulla personalità e il gioco è fatto. Non è detto che ci si riconosca nel risultato, ma certi giorni succede la stessa cosa anche allo specchio...
Per fare il test clicca qui, poi facci sapere com'è andata!
Poi naturalmente esistono caratteri dal sapore antico e altri più moderni, font eleganti che assomigliano alla scrittura a mano e altri che prevedono solo l'uso delle maiuscole (come per farsi notare a tutti i costi) e poi ancora altri mille, tutti diversi tra loro.
Così, la Pentagram ha creato l'originale videotest "What type are you?" che abbina il font giusto a ognuno di noi: basta rispondere a quattro domande sulla personalità e il gioco è fatto. Non è detto che ci si riconosca nel risultato, ma certi giorni succede la stessa cosa anche allo specchio...
Per fare il test clicca qui, poi facci sapere com'è andata!
lunedì 8 aprile 2013
Il libro di carta sparirà o sopravvivrà all'e-book?
Da quando l'e-book ha iniziato a diffondersi anche in Italia, in tanti hanno profetizzato la scomparsa del libro di carta, basato su una tecnologia ormai vecchia che, secondo i sostenitori del digitale, diventerà in breve tempo obsoleta.
Ma è davvero così?
Nassim Nicholas Taleb, autore del bestseller Il Cigno nero, nel suo nuovo libro intitolato Antifragile sostiene che le tecnologie esistenti da più tempo (come il libro a stampa) sono anche le più antifragili, in grado di resistere a scossoni e cambiamenti, ed è proprio la loro durata a dimostrarlo: non a caso usiamo ancora oggi pentole e stoviglie molto simili a quelle ritrovate sotto la cenere di Pompei e indumenti e scarpe non tanto diversi da quelli di Ötzi, la mummia scoperta tra i ghiacci delle Alpi.
Taleb propone anche un metodo per quantificare la durata di una tecnologia. Il calcolo si basa sugli anni per i quali quella tecnologia è stata usata: se esiste da circa 500 anni, come il libro a stampa, significa che ha superato la prova del tempo e quindi le sue prospettive di sopravvivenza sono almeno pari ai suoi anni di vita, ossia altri 500. Perciò, se dobbiamo credere a Taleb, gli amanti della carta possono stare tranquilli...
A loro è dedicato il video che segue:
E tu che cosa ne pensi, il libro di carta sopravvivrà o verrà soppiantato dall'e-book?
Ma è davvero così?
Nassim Nicholas Taleb, autore del bestseller Il Cigno nero, nel suo nuovo libro intitolato Antifragile sostiene che le tecnologie esistenti da più tempo (come il libro a stampa) sono anche le più antifragili, in grado di resistere a scossoni e cambiamenti, ed è proprio la loro durata a dimostrarlo: non a caso usiamo ancora oggi pentole e stoviglie molto simili a quelle ritrovate sotto la cenere di Pompei e indumenti e scarpe non tanto diversi da quelli di Ötzi, la mummia scoperta tra i ghiacci delle Alpi.
Taleb propone anche un metodo per quantificare la durata di una tecnologia. Il calcolo si basa sugli anni per i quali quella tecnologia è stata usata: se esiste da circa 500 anni, come il libro a stampa, significa che ha superato la prova del tempo e quindi le sue prospettive di sopravvivenza sono almeno pari ai suoi anni di vita, ossia altri 500. Perciò, se dobbiamo credere a Taleb, gli amanti della carta possono stare tranquilli...
A loro è dedicato il video che segue:
E tu che cosa ne pensi, il libro di carta sopravvivrà o verrà soppiantato dall'e-book?
venerdì 29 marzo 2013
Come superare il blocco dello scrittore
State scrivendo un romanzo o un racconto e sul più bello vi ritrovate a un punto morto e non sapete come proseguire. Che fare per superare il blocco?
Erle Stanley Gardner, inventore di Perry Mason, aveva ideato una "ruota della trama" da far girare ogni volta che si ritrovava a corto di idee (ma solo per i libri gialli). In sostanza aveva elencato tutte le piste cieche nelle quali potevano cacciarsi gli eroi dei suoi romanzi polizieschi: dal rapimento del testimone chiave alla falsificazione di documenti rilevanti per il caso.
Erle Stanley Gardner, inventore di Perry Mason, aveva ideato una "ruota della trama" da far girare ogni volta che si ritrovava a corto di idee (ma solo per i libri gialli). In sostanza aveva elencato tutte le piste cieche nelle quali potevano cacciarsi gli eroi dei suoi romanzi polizieschi: dal rapimento del testimone chiave alla falsificazione di documenti rilevanti per il caso.
Altri scrittori, invece, hanno studiato gli schemi ricorrenti nelle fiabe e nei racconti epici, facendo emergere le tappe comuni attraverso le quali si dipanano le storie. In caso di blocco, è sufficiente ripercorrere le tappe già descritte e individuare quelle mancanti, per poi ricominciare a scrivere di buona lena.
Gli schemi delle fiabe sono stati descritti dal linguista russo Vladimir Propp nel volume Morfologia della fiaba e sono riportati qui in dettaglio. In sostanza Propp analizzò 7 tipi di personaggi, 4 fasi della storia (equilibrio iniziale, rottura dell'equilibrio o complicazione, peripezie dell'eroe e ristabilimento dell'equilibrio) e 31 "funzioni" o tappe della narrazione.
Lo sceneggiatore Christopher Vogler ha invece analizzato i miti e pubblicato il volume Il viaggio dell'eroe, nel quale descrive le tappe, riconducibili ai miti antichi, che costituiscono ancora oggi le storie più avvincenti. Come Propp, anche Vogler ha rintracciato 7 archetipi di personaggi; ha inoltre descritto le fasi della storia suddividendole in tre atti: partenza, iniziazione, ritorno. Questo è il sito di Vogler dedicato al viaggio dello scrittore (in inglese) e qui si trova una sintesi in italiano del suo schema narrativo.
lunedì 18 marzo 2013
Come nascono i libri?
Un giorno, qualcuno si sveglia con una buona idea per scrivere un libro.
Un anno dopo, il volume è sugli scaffali di tutte le librerie. Ma... che cosa è successo nel frattempo? Come si passa da un'idea ancora imprecisa a un libro fresco e profumato di stampa, in cui l'idea è stata trasformata in parole, possibilmente senza refusi?
Ce lo spiega Mariah Bear della casa editrice Weldon Owen nella divertente infografica che riproduciamo qui sotto. Buona lettura!
Un anno dopo, il volume è sugli scaffali di tutte le librerie. Ma... che cosa è successo nel frattempo? Come si passa da un'idea ancora imprecisa a un libro fresco e profumato di stampa, in cui l'idea è stata trasformata in parole, possibilmente senza refusi?
Ce lo spiega Mariah Bear della casa editrice Weldon Owen nella divertente infografica che riproduciamo qui sotto. Buona lettura!
lunedì 11 marzo 2013
Le parole che non possiamo dire
Ci sono parole che non possiamo dire, che non ci fanno sentire a nostro agio, che troviamo di rado sui giornali?
Ce lo siamo chieste dopo esserci imbattute in un articolo dell'Internazionale ("Quello che i giornali non dicono", di David Randall) e nello spezzone di un vecchio film con Dustin Hoffman, Lenny (dedicato alla figura del comico statunitense Lenny Bruce), che riportiamo qui sotto.
Tutti e due riflettono e fanno riflettere sui termini che non si possono usare e sul significato di questo atto mancato.
Quali sono oggi queste parole tabù?
In genere sono quelle che indicano una differenza rispetto a una presunta "normalità" e una vergogna legata a tale differenza (ma chi è poi che si trova in difficoltà, il portatore dell'eventuale differenza o chi ha a che fare con lui?), su cui è intervenuto il movimento del politically correct.
Ad esempio quelle relative a:
Tu che cosa ne pensi?
Se l'argomento ti interessa, leggi anche Una lingua per le donne, dove parliamo dell'uso al femminile di nomi tradizionalmente maschili, come "ministro".
Ce lo siamo chieste dopo esserci imbattute in un articolo dell'Internazionale ("Quello che i giornali non dicono", di David Randall) e nello spezzone di un vecchio film con Dustin Hoffman, Lenny (dedicato alla figura del comico statunitense Lenny Bruce), che riportiamo qui sotto.
Tutti e due riflettono e fanno riflettere sui termini che non si possono usare e sul significato di questo atto mancato.
Quali sono oggi queste parole tabù?
In genere sono quelle che indicano una differenza rispetto a una presunta "normalità" e una vergogna legata a tale differenza (ma chi è poi che si trova in difficoltà, il portatore dell'eventuale differenza o chi ha a che fare con lui?), su cui è intervenuto il movimento del politically correct.
Ad esempio quelle relative a:
- Malattie del corpo e della mente. Non si dice "cieco", ma "non vedente", non si parla di "handicappati" ma di persone "diversamente abili".
- Appartenenza etnica o religiosa. Se Lenny Bruce insisteva sulle parole "negro" e "giudeo" (perché nell'America di quegli anni la maggioranza dominante era bianca e protestante), in Italia oggi si evita di dire "nero", optando piuttosto per "persona di colore" o "extracomunitario".
- Orientamento sessuale. A volte si fanno grandi giri di parole pur di evitare la parola "omosessuale", "gay" o "lesbica" e c'è addirittura chi si cava d'impaccio ripiegando su appellativi insultanti.
- Mestieri che una presunta "maggioranza" reputa poco prestigiosi. Si dice "operatore ecologico" al posto di "netturbino" (ma a nessun bancario è mai venuto in mente di farsi chiamare "operatore nel campo del risparmio", come scrive Umberto Eco in questo divertente articolo sul politically correct).
Tu che cosa ne pensi?
Se l'argomento ti interessa, leggi anche Una lingua per le donne, dove parliamo dell'uso al femminile di nomi tradizionalmente maschili, come "ministro".
Argomenti:
film,
lingua e società,
video
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lunedì 4 marzo 2013
A che cosa serve la punteggiatura?
Sapevate che il sistema di punteggiatura che conosciamo oggi è nato in Italia?
A inventarlo fu Pietro Bembo nel 1496, introducendolo nel De Aetna, un testo latino in cui descriveva un'ascensione sull'Etna.
Evidentemente la sua idea ebbe successo, visto che oggi tutte le lingue più diffuse (anche il cinese e l'arabo) utilizzano i segni di interpunzione e non saprebbero più farne a meno.
Ma a cosa serve veramente la punteggiatura?
Quando andavamo a scuola noi, alcuni maestri sostenevano che servisse a indicare le pause da fare durante la lettura: una pausa lunga per il punto, una più breve per la virgola.
E il punto e virgola?
Di questo soggetto imbarazzante non si parlava mai, oppure si diceva che rappresentava una pausa "media": dopotutto, non era cosa da bambini, e poi nei temi c'erano tanti errori ben più gravi da correggere, con tutte quelle "A" senz'acca e doppie smarrite chissà dove, che la punteggiatura finiva per passare in secondo piano.
Così la vita era più facile per tutti e le virgolette erano di un tipo solo, quelle "alte". La possibilità che ne esistessero addirittura altri due tipi ci pareva assolutamente impensabile, un po' come per i terrestri di Fringe il mondo parallelo. Difatti abbiamo preso coscienza solo molto tempo dopo, lavorando nell'editoria, dell'esistenza di «sergenti, detti anche caporali o virgolette basse» e 'apici' (e del fatto che ogni editore ha i propri gusti in materia).
Per non parlare poi dei trattini – quelli che servono per fare incisi anche di una certa lunghezza, magari con subordinate –, che non potevano certo essere considerati pane per i denti degli scolaretti. Quale bambino potrebbe mai voler costruire frasi così complesse, dopotutto?
Insomma, nelle scuole dei nostri tempi la punteggiatura era vista come un aspetto marginale e personale della lingua, che ognuno poteva (mal-)trattare come voleva. L'importante era ricordarsi di mettere la maiuscola dopo il punto, perché quello sì che sarebbe stato un errore da penna rossa.
Con il tempo e l'esperienza abbiamo poi scoperto che qualche regola, tutto sommato, c'era, anche se da piccole non ce l'avevano svelata: i segni di interpunzione sono indicatori logico-sintattici che aiutano il lettore a capire come si collegano tra loro gli elementi della frase. Ci dicono insomma quale porzione del testo è legata, e come, alle altre e ci aiutano a seguire lo sviluppo logico del discorso: mica male per dei segnetti tanto bistrattati!
Ecco allora qualche indicazione per fare buon uso della punteggiatura dal sito dell'Accademia della Crusca e alcuni articoli molto interessanti sull'argomento firmati da Luca Antonelli, Giuseppe Serianni, Sandro Veronesi e Francesca Serafini (autrice di Questo è il punto. Istruzioni per l'uso della punteggiatura, recensito in questo articolo di Matteo Motolese sulla Domenica del Sole 24 Ore).
A inventarlo fu Pietro Bembo nel 1496, introducendolo nel De Aetna, un testo latino in cui descriveva un'ascensione sull'Etna.
Evidentemente la sua idea ebbe successo, visto che oggi tutte le lingue più diffuse (anche il cinese e l'arabo) utilizzano i segni di interpunzione e non saprebbero più farne a meno.
Ma a cosa serve veramente la punteggiatura?
Quando andavamo a scuola noi, alcuni maestri sostenevano che servisse a indicare le pause da fare durante la lettura: una pausa lunga per il punto, una più breve per la virgola.E il punto e virgola?
Di questo soggetto imbarazzante non si parlava mai, oppure si diceva che rappresentava una pausa "media": dopotutto, non era cosa da bambini, e poi nei temi c'erano tanti errori ben più gravi da correggere, con tutte quelle "A" senz'acca e doppie smarrite chissà dove, che la punteggiatura finiva per passare in secondo piano.
Così la vita era più facile per tutti e le virgolette erano di un tipo solo, quelle "alte". La possibilità che ne esistessero addirittura altri due tipi ci pareva assolutamente impensabile, un po' come per i terrestri di Fringe il mondo parallelo. Difatti abbiamo preso coscienza solo molto tempo dopo, lavorando nell'editoria, dell'esistenza di «sergenti, detti anche caporali o virgolette basse» e 'apici' (e del fatto che ogni editore ha i propri gusti in materia).
Per non parlare poi dei trattini – quelli che servono per fare incisi anche di una certa lunghezza, magari con subordinate –, che non potevano certo essere considerati pane per i denti degli scolaretti. Quale bambino potrebbe mai voler costruire frasi così complesse, dopotutto?
Insomma, nelle scuole dei nostri tempi la punteggiatura era vista come un aspetto marginale e personale della lingua, che ognuno poteva (mal-)trattare come voleva. L'importante era ricordarsi di mettere la maiuscola dopo il punto, perché quello sì che sarebbe stato un errore da penna rossa.
Con il tempo e l'esperienza abbiamo poi scoperto che qualche regola, tutto sommato, c'era, anche se da piccole non ce l'avevano svelata: i segni di interpunzione sono indicatori logico-sintattici che aiutano il lettore a capire come si collegano tra loro gli elementi della frase. Ci dicono insomma quale porzione del testo è legata, e come, alle altre e ci aiutano a seguire lo sviluppo logico del discorso: mica male per dei segnetti tanto bistrattati!Ecco allora qualche indicazione per fare buon uso della punteggiatura dal sito dell'Accademia della Crusca e alcuni articoli molto interessanti sull'argomento firmati da Luca Antonelli, Giuseppe Serianni, Sandro Veronesi e Francesca Serafini (autrice di Questo è il punto. Istruzioni per l'uso della punteggiatura, recensito in questo articolo di Matteo Motolese sulla Domenica del Sole 24 Ore).
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