martedì 29 novembre 2016

Alle radici della creatività: come lavora un grafico editoriale

Come fanno i grafici editoriali a trasformare in immagini, ad esempio in una bella copertina, l’essenza di un romanzo?

Noi ce lo chiediamo spesso, di fronte a copertine o locandine particolarmente azzeccate, con una sconfinata ammirazione per chi sa fare questo lavoro. In passato abbiamo dedicato all'argomento anche un altro paio di post: Come vengono scelte le copertine dei libri e Non si giudica un libro dalla copertina… o forse sì.

Stavolta, per approfondire la questione, abbiamo intervistato un grafico, il bravissimo Tirez sur le graphiste, cercando di scoprire i suoi segreti. Tra le altre cose, Tirez sur le graphiste realizza le locandine delle presentazioni di libri che si tengono presso una libreria indipendente di Pistoia che ti consigliamo di visitare, Les Bouquinistes.

Ecco quello che gli abbiamo chiesto.

Come si accende la scintilla creativa che ti permette di raccontare con un’immagine il contenuto della presentazione di un libro? 
Di solito cerco di capire di cosa tratta il libro, ma sempre tenendo presente che non sto disegnando una copertina: sto disegnando la locandina della presentazione, che è una cosa diversa.
Poi passo alla ricerca delle immagini per farmi ispirare: vado su Google e vedo che cosa esce digitando qualche parola chiave legata al libro. Ad esempio, per il vostro graphic novel su Seveso era venuta fuori la foto delle pecore morte che mi aveva colpito molto.
A quel punto creo una cartellina in cui inserisco le immagini che mi sono rimaste più impresse. Faccio macerare il tutto mentre porto avanti gli altri lavori: ogni tanto riapro la cartellina e mi soffermo per un po’ sulle immagini raccolte per vedere se mi viene qualche idea.
Dopo un paio di giorni mi metto al lavoro sulla parte grafica vera e propria: disegno qualche elemento che mi è venuto in mente nel frattempo, provo gli abbinamenti di colori e vado avanti finché il risultato non mi soddisfa.


Ma come ti viene l’idea davvero creativa, che lascia a bocca aperta chi guarda la locandina, come ad esempio quella per il graphic novel su Seveso in cui le nubi del cielo si trasformano in pecore morte sulla terra? 
Succede in un attimo, non saprei dirti come. In quel caso, avevo già disegnato un prato verde con le pecore morte, ma non il cielo; all'inizio avevo pensato di lasciare vuoto lo spazio in alto per inserirci il testo, poi, siccome la nube era venuta dal cielo, ho pensato di metterci delle nuvole.
Stavo ragionando su come realizzarle, perché spesso quando rappresenti le nuvole ti vengono come le disegnano i bambini, fatte di tanti semicerchi accostati. Poi, guardando l’immagine delle pecore, ho visto che già quelle erano come nuvole e in un lampo mi è venuta l’idea delle nubi del cielo che si trasformavano in pecore morte sulla terra.
Per i colori, ho scelto quelli di una natura rigogliosa e sana, in modo da creare il contrasto con la nube tossica.

A proposito di colori, le tue locandine hanno spesso tonalità molto accese o insolite. Come le scegli?
La scelta è piuttosto rapida: a volte mi guida un elemento del testo, ad esempio nella locandina di Ossa, cervelli, mummie e capelli il corpetto di Mozart era cremisi e da lì mi è venuto in mente di inserire uno sfondo contrastante, come l’arancione.
Nel mio lavoro studio spesso le palette di colori per cercare nuove ispirazioni e, quando poi passo alla realizzazione, la scelta è istintiva.


Quanto tempo impieghi a realizzare una locandina? 
Dopo i due giorni in cui lascio macerare le idee, il lavoro di grafica vero e proprio richiede circa tre ore.

Ci sono mai ripensamenti? 
Spesso non ne ho il tempo, ma anche quando posso realizzare più versioni finite della stessa locandina, mi ritrovo a tornare alla prima o al massimo alla seconda idea che mi era venuta.

Quali emozioni ti guidano durante il lavoro? 
Soprattutto la curiosità, il desiderio di giocare con i vari elementi, di combinarli alla ricerca di un risultato che mi soddisfi. Questo vale se ho tempo a sufficienza, perché se invece devo svolgere troppi lavori contemporaneamente, domina la fretta e sono costretto a lasciare il gioco in secondo piano.

Dopo l'intervista, grazie a quello che ci ha rivelato Tirez sur le graphiste abbiamo tratto la conclusione che la scintilla creativa nasce dall'unione di tre elementi:
  • una lunga esperienza alle spalle e un costante lavoro di aggiornamento e ricerca 
  • un po’ di tempo a disposizione per poter sperimentare 
  • un atteggiamento di curiosità, il desiderio di giocare con il progetto in corso e di trovare soluzioni soddisfacenti. 
E ci sembra che questo possa valere per tutti i lavori creativi, compreso il nostro.
Ringraziamo Tirez sur le graphiste per aver condiviso con noi le sue intuizioni!

Se l’argomento ti interessa, ti consigliamo di leggere anche Da dove vengono le idee?, che indaga i modi in cui possiamo stimolare l'intuizione, e 9 spunti per essere più soddisfatti sul lavoro, in cui parliamo dello stato di flusso, ossia dei momenti di grande concentrazione e creatività che ci fanno sentire bene e realizzare le nostre opere migliori.

giovedì 27 ottobre 2016

Che cosa si fa quando si traduce? Il grande gioco della traduzione letteraria

Che cosa fanno veramente i traduttori letterari quando traducono?
Non tutti lo sanno, perciò abbiamo pensato di proporti il grande gioco della traduzione per farti conoscere meglio il mondo dei traduttori, anche se magari il tuo lavoro è tutt'altro.

Ed ecco qua il gioco: ammettiamo che tu sia una traduttrice letteraria svedese (non importa se in svedese non sai dire nemmeno "ciao"!) e che debba tradurre nella tua lingua l'incipit de Il ladro di merendine, un libro di Camilleri con il commissario Montalbano di cui avevamo già parlato qui:

"S'arrisbigliò malamente: i linzòla, nel sudatizzo del sonno agitato per via del chilo e mezzo di sarde a beccafico che la sera avanti si era sbafàto, gli si erano strettamente arravugliate torno torno il corpo, gli parse di essere diventato una mummia."


Non lasciarti impressionare dal siciliano del testo e nemmeno dal fatto che non sai lo svedese, ma soffermati solo sulle sarde a beccafico e sulla lingua italiana, perché su queste si concentrerà il nostro gioco.
Come puoi far capire ai tuoi lettori svedesi che cos'è questo piatto?

Be', innanzitutto devi scoprirlo tu: il primo passo di ogni traduzione consiste infatti nel documentarsi per capire di che cosa si sta parlando. Nemmeno noi, che siamo italiane ma non siciliane, sapevamo come si prepara questa pietanza prima di andare in Sicilia, e forse nemmeno tu, traduttrice svedese, ne hai la più pallida idea.

Nel caso nostro abbiamo condotto una piacevole ricerca sul campo durante l'ultimo viaggio sull'isola, scoprendo che le sarde a beccafico sono grosse sardine al forno farcite di pangrattato, aglio, prezzemolo, pinoli e uvetta. Questo è sicuramente il modo più divertente e completo per imparare le usanze del mondo dal quale traduci, ma richiede tempo e viaggi.

Tu, invece, sarai seduta alla tua scrivania a Malmö e avrai fretta di consegnare la traduzione, quindi ti documenterai subito su internet (per le sarde a beccafico, ad esempio, esiste una pagina di Wikipedia in italiano e in tedesco, e la ricetta si trova in moltissime altre lingue) e magari in biblioteca.

Una volta scoperto di che cosa si tratta, però, ti rimane la parte più spinosa della questione: come raccontare le sarde a beccafico agli svedesi?

Potrai adottare diverse strategie, ognuna delle quali ha i suoi pro e contro. Scegli quella che ti sembra più adatta e troverai i nostri commenti alla fine del post.

Allora, come traduci "sarde a beccafico" in svedese?
  1. Semplice: non ti poni il problema. Salti tutta la frase incriminata e ti limiti a tradurre le righe sopra e quelle sotto.
  2. Ti poni il problema e decidi di non tradurre l'espressione: lasci sarde a beccafico in italiano.
  3. Spieghi ai tuoi lettori com'è la ricetta, dicendo che il commissario Montalbano aveva mangiato un chilo e mezzo di “grosse sardine farcite di pangrattato, aglio, prezzemolo, pinoli e uvetta”.
  4. Fai mangiare al tuo commissario un piatto di pesce tipicamente svedese, che i tuoi lettori riconosceranno sicuramente: "un chilo e mezzo di aringhe marinate".
  5. Fai mangiare al commissario un piatto tipicamente siciliano già noto al pubblico svedese: "un chilo e mezzo di cannoli".
  6. Dal momento che in Svezia le sardine le conoscete bene, e che le sarde a beccafico in fondo sono grosse sardine zeppe di ogni bendidio, generalizzi un po' traducendo "sardine ripiene". 
Hai fatto la tua scelta? Bene, vediamo i pro e i contro di ogni strategia!
  1. Eliminazione. Il pro è che ti risparmi una bella fatica, ma il contro è che stai facendo un'operazione scorrettissima: se sei una traduttrice, devi tradurre, non tagliare! Per citare un caso estremo, in Italia questa strategia si utilizzava durante il periodo fascista, eliminando dai libri stranieri che venivano tradotti nella nostra lingua i comportamenti disapprovati dal regime (aborto, incesto, pacifismo, emancipazione femminile, comunismo).
  2. Esotizzazione. Il vantaggio, anche in questo caso, è che ti risparmi la fatica di tradurre, ma il problema è che il lettore non capirà che cosa avesse mangiato di preciso Montalbano. In questo caso, a volte si fornisce la spiegazione in una nota del traduttore a piè di pagina oppure (se le espressioni "esotiche" sono tante) in un glossarietto in fondo al libro.
  3. Spiegazione. Pro: è molto precisa. Contro: è molto lunga, perché invece di tre parole hai inserito una frase intera, perciò rischi di spezzare il ritmo della narrazione.
  4. Omologazione. I lettori svedesi capiranno che Montalbano ha mangiato un piatto di pesce, ma dov'è andata a finire l'ambientazione siciliana? 
  5. Sostituzione. Qui sei riuscita a conservare la sicilianità del racconto, ma hai fatto mangiare a Montalbano un dolce invece di un pesce.
  6. Generalizzazione. Pro: rendi abbastanza bene l'idea. Contro: perdi il dettaglio tipicamente italiano e siciliano del beccafico, per cui Montalbano potrebbe trovarsi in molti paesi del mondo.
In ogni strategia a un "pro" corrisponde un "contro" più o meno importante. Se stavi cercando la risposta giusta, la soluzione valida per tutti i casi di questo genere, dobbiamo quindi confessarti che non è facile da trovare: tolta la numero 1, che per i traduttori è eticamente scorretta, tutte le altre possono essere usate e di fatto vengono usate valutando di volta in volta il contesto. (Se vuoi sapere come i veri traduttori di Camilleri hanno affrontato la traduzione di espressioni simili, leggi anche Come tradurre il dialetto? Il caso Montalbano).

Per avvicinarci a una soluzione che ci fornisca più "pro" e meno "contro", possiamo anche mixare le strategie riportate sopra, traducendo ad esempio in svedese la parola "sardine" (come nei casi 3 e 6) e lasciando in italiano a beccafico (come nel 2), oppure cercare altre soluzioni creative di questo genere.

A ogni modo, il nostro lavoro consiste nella continua ricerca di una perfezione impossibile, perché riuscire a veicolare un aspetto del testo significa spesso dover rinunciare a un altro: sta a noi decidere cosa dobbiamo conservare nella traduzione e cosa possiamo perdere, e questa decisione è spesso difficile.

Inviaci le tue soluzioni creative e... bon appétit!

La foto delle sarde a beccafico, di franzconde, è rilasciata con licenza CC BY 2.0 e disponibile qui.

giovedì 13 ottobre 2016

Se la tua scrittrice preferita ti lascia in crisi di astinenza...

Hai appena finito di leggere con immensa soddisfazione l'ultima riga dell'ultima pagina dell'ultimo libro della tua autrice preferita. Posi il volume sul divano e indugi felice nel mondo dorato di quel romanzo meraviglioso, riflettendo sull'ineguagliabile maestria con cui è stato scritto.

Dopo un istante ti assale un pensiero terribile, che si fa strada dentro di te mandando in pezzi le visioni incantate che hai davanti agli occhi: quello è l'ultimo, ma proprio l'ultimo libro della tua autrice più amata: adesso ti tocca aspettare il prossimo, che chissà quando uscirà.

Il senso di vuoto è tremendo, di colpo ti senti mancare la terra sotto i piedi, ti accasci sul divano come se ti si fosse squagliata la spina dorsale e un urlo ti sfugge dalla bocca spalancata in stile Munch: "Nooooo! E adesso che cosa leggo?!". La convinzione di non trovare più un libro così bello si è ormai radicata nelle tue viscere e ti causa un abbattimento che nulla potrà dissipare.


Se, come noi, soffri di crisi di astinenza non appena finisci di leggere qualcosa di bello, puoi provare un sito che forse ti aiuterà a risolvere questo terribile problema che affligge la comunità dei lettori: LiteratureMap.

Basta inserire il nome dell'autrice o dell'autore che preferisci e il sito gli costruirà intorno una mappa con i nomi di altri scrittori che, stando alle scelte più diffuse, vengono letti dalle stesse persone.
Ad esempio, se alla maggior parte di coloro che hanno contribuito al sito piacciono moltissimo sia Jane Austen sia Agatha Christie, le due autrici verranno presentate sulla stessa mappa, e i loro nomi saranno anche molto vicini tra loro.

In questo modo puoi inserire la scrittrice che ti ha mandato in crisi di astinenza e vedere quali nomi compaiono più vicini al suo: secondo gli autori del sito, ci sono buone probabilità che ti piacciano moltissimo, e allora cosa aspetti? Corri in libreria o in biblioteca e verifica se questo metodo funziona, poi facci sapere nei commenti.

Buone letture!

P.S.: Forse ti interesserà sapere che il sito fornisce, con gli stessi criteri, anche la MusicMap e la MovieMap, per cercare cantanti e film che ami.

Se l'argomento ti interessa, leggi anche i post "Se ti piace un certo libro..." e "Vuoi sapere se un libro ti piacerà? Vai a pagina 99"

L'immagine è un'elaborazione grafica di Francesca a partire da un'illustrazione di pubblico dominio tratta da American Homes and Gardens del 1905.

martedì 4 ottobre 2016

Al computer... senza dolori!

L'hai notato? In vacanza stavi da dio e non avevi nemmeno un dolore, ma appena riprendi a lavorare alla scrivania il tuo corpo si mette a protestare: schiena, collo e spalle non ne vogliono sapere di ritrovarsi bloccati nella stessa posizione per tante ore di fila, e i polsi non ci pensano proprio a compiere movimenti ripetitivi con il mouse per tutta la giornata... ma come, li avevi lasciati liberi di fare quello che volevano, e ora li vuoi irrigidire di nuovo davanti al computer?

Per lavorare senza soffrire, abbiamo sperimentato un paio di nuovi oggetti ergonomici che stanno cambiando la nostra vita lavorativa e forse possono essere utili anche a te.

Il primo, se hai bruciori o dolori all'avambraccio e al polso, è il mouse verticale: funziona allo stesso modo di quello classico (quindi ci si abitua in pochissimo tempo), ma consente di tenere il braccio appoggiato in una posizione più naturale, cioè di taglio, evitando così di schiacciare il polso contro la scrivania e di sollevare faticosamente le dita per girare la rotellina o cliccare sui tasti.
È proprio questo insieme di fattori che, a lungo andare, stanca le articolazioni di polso e avambraccio, provocando o facendo peggiorare sindrome del tunnel carpale ed epicondilite (o tendinite del gomito).

Questo è il mouse di Alessandra, della Anker, che si trova su Amazon a prezzi molto contenuti, e che ha contribuito a farle passare un'epicondilite fastidiosa:
Se i pregi di questo oggetto sono notevoli, c'è da dire che presenta anche qualche difettuccio: a differenza del mouse classico, risulta un po' meno preciso nel puntamento, perché quando la mano è appoggiata di taglio ha movimenti meno fini. Inoltre, il passaggio dalla tastiera al mouse a volte è un po' più lento, perché la verticalità del mouse costituisce un (piccolo) ostacolo contro il quale la mano qualche volta può scontrarsi.

Se le braccia non ti danno problemi, ma hai dolori a schiena e spalle, puoi provare a cambiare seduta: le tipiche sedie da ufficio avvolgenti, nelle quali si tende ad afflosciarsi contro lo schienale, costringono la spina dorsale in posizioni che sul momento possono anche apparire comode, ma a lungo andare risultano nocive.
Bisogna trovare un tipo di seduta che permetta di tenere:
  • le braccia appoggiate alla scrivania (il gomito dovrebbe formare un angolo di circa 90°), la testa leggermente china e abbastanza lontana dal monitor
  • la schiena in posizione eretta e le spalle dritte e aperte.
Per questo Francesca si è procurata una sedia ergonomica dell'Ikea simile a questa (che è di marca Cinius), sulla quale si sta in ginocchio:
Contrariamente a quello che potrebbe sembrare, la sedia è comodissima, e dopo i primi momenti di adattamento non si sente affatto la nostalgia dello schienale. Il sedile in discesa impone alle gambe di formare con il busto un angolo inferiore ai 90° della sedia tradizionale e invita ad appoggiare le ginocchia sulla parte imbottita in basso; in questo modo le spalle si aprono, la schiena sta ben dritta e i dolori alla schiena spariscono. Questo tipo di sedia ovviamente è sconsigliato a chi ha problemi alle ginocchia o una cattiva circolazione agli arti inferiori.

Esistono anche versioni basculanti della sedia, che impongono un costante movimento al bacino per trovare l'equilibrio; chi le ha (la spesa è impegnativa) ci ha riferito che sono ottime per la schiena.

Se vuoi saperne di più sulle sedie ergonomiche, leggi questo articolo dettagliatissimo, scritto da una persona che ha speso gli ultimi cinque anni a provarle tutte e poi le ha recensite.

E l'ultima frontiera sembra essere quella di cui ci hanno parlato alcuni colleghi traduttori del nord Europa: abbandonare la sedia e lavorare in piedi, utilizzando una scrivania alta che permetta di tenere le braccia piegate a 90°. Magari un giorno ci proveremo anche noi!

E tu che cosa fai per lavorare senza dolori?

venerdì 9 settembre 2016

Coco Chanel e la traduzione



(Parafrasando Coco Chanel, che pare abbia detto: "Vesti male e noteranno il vestito, vesti bene e noteranno la donna".)

L'immagine è una nostra elaborazione della foto di Marion Golstejin rilasciata con licenza CC BY-SA 3.0 e disponibile qui.

domenica 29 maggio 2016

In che modo si traducono i romanzi?

 
(La vignetta di Tom Gauld è tratta da qui; l'autore pubblica i suoi lavori, oltre che sul New Yorker e il New York Times, anche su Instagram, mentre i suoi libri si trovano qui.)

martedì 26 aprile 2016

Internet non funziona: che fare?

Ti è mai capitato di avere problemi di collegamento a Internet? (Si sente già un coro di "Sìììì!")

Da ormai 9 giorni il nostro operatore, Fastweb, ci ha lasciate senza accesso alla rete né alla linea telefonica perché è in corso il passaggio alla fibra e, come succede a chi lavora da casa usando per tutto il tempo, oltre alla posta elettronica, anche una decina di siti in parallelo per fare ricerche, sono stati e continuano a essere giorni difficili.

Ecco un'infografica che riassume bene i vari momenti che abbiamo attraversato:


Dopo avere inveito 2 volte al giorno al telefono (cellulare, ovviamente, e con numero a pagamento) per 4 giorni di fila contro gli operatori del call center come da indicazione numero 3 dell'infografica, abbiamo scoperto alcune cose sul funzionamento del servizio di assistenza che forse potranno esserti utili se ti ritroverai nella nostra situazione:
  • Se sei senza linea e quindi costretto a usare il cellulare per contattare il call center, gli operatori, se glielo chiedi, sono tenuti a richiamarti (ma solo se glielo chiedi, altrimenti mica te lo propongono). Non è un granché, ma almeno puoi risparmiarti le ricariche del cellulare.
  • I provider hanno anche una pagina Facebook, quindi, se vuoi evitare di chiamare il call center, puoi collegarti a internet con il cellulare e scrivere sulla loro pagina, segnalando il problema e il tuo numero telefonico. A noi hanno risposto velocemente. Senza risolvere il problema né dire in cosa consiste, ma hanno risposto.
  • Gli operatori di call center non possono contattare direttamente i tecnici, ma solo inoltrare al reparto tecnico dei solleciti via computer. In sostanza sono come degli automi che registrano il tuo problema e inoltrano a qualcun altro, di cui non hanno (o sostengono di non avere) alcun recapito telefonico, la richiesta di risolverlo. Si tratta quindi di una comunicazione a senso unico: loro non ricevono alcun feedback dal reparto tecnico, e tu devi rassegnarti a rimanere in attesa ad libitum, senza sapere quale sia il problema né se si risolverà tra un'ora o tra un mese.
Nel frattempo, però, le pagine da scrivere e da tradurre si accumulano e il bisogno di collegarsi si fa sempre più pressante. Che fare? Ecco alcune soluzioni che abbiamo tentato per usare internet anche se la nostra linea non funziona:

lunedì 11 aprile 2016

Quale guida turistica vorresti portare in vacanza?

Il bel tempo sta arrivando e il pensiero corre alle vacanze... e per noi che siamo appassionate di viaggi e di viaggi scriviamo, corre anche alle guide turistiche che abbiamo usato, a quelle che vorremmo portare con noi nelle prossime esplorazioni e a come vorremmo che fossero!

Per prima cosa, l'impostazione generale della guida è fondamentale per determinare la  soddisfazione di chi legge. Ad esempio, voi preferite una guida
  • con le foto delle principali attrattive o con solo testo? (Il prezzo varierà di conseguenza)
  • con la descrizione di tutti punti di interesse a pari merito o con un sistema (ad esempio le stelline delle guide Touring) che vi permetta di distinguere quali sono i luoghi imperdibili e quali invece potete trascurare senza rimpianti? 
  • con descrizioni dettagliate delle parti storico-artistiche o con quelle di alloggi e ristoranti?
  • cartacea (con il rischio che raggiunga il chilo di peso) o digitale (meno pratica da consultare)?
Le risposte dipendono, oltre che dai gusti personali, anche dal tipo di viaggio che si decide di fare: se partiamo per un mese con il solo bagaglio a mano, forse è meglio portare un ebook; se abbiamo voglia di fare le nomadi e improvvisare ogni sera albergo e ristorante, conviene avere una guida che offra qualche recensione (ma anche Tripadvisor aiuta!).


C'è però un aspetto che non cambia mai e che influisce sulla nostra decisione: com'è scritta, la nostra guida turistica?
Sfogliando qualche pagina a caso, ci annoia a morte oppure ci fa pensare che gli autori abbiano effettivamente visitato quel posto e vogliano farcelo immaginare rendendo viva ai nostri occhi la sua storia e gli aspetti culturali e sociali che lo contraddistinguono?

Per illustrare la differenza, vi proponiamo un test: riportiamo di seguito due brevi presentazioni degli stessi aspetti geografici e storici di Ancona e vi chiediamo di valutarle una dopo l'altra. Questa è la prima:

martedì 9 febbraio 2016

Parolacce & Co.: tradurre il turpiloquio

In questo periodo stiamo divorando uno dietro l'altro tutti i gialli di un noto scrittore americano contemporaneo e al tempo stesso stiamo traducendo i romanzi di un altro autore americano di un genere affine.

Da lettrici, quello che chiediamo a questi libri è che ci intrattengano: la trama dev'essere avvincente, lo stile fluido e i dialoghi credibili.
E nelle traduzioni italiane che stiamo leggendo, questi elementi ci sono tutti: bravi i tanti traduttori che si sono dati il cambio nel tempo e brava la redazione, che tra l'altro ha fatto un eccellente lavoro di uniformazione e correzione delle bozze (è rarissimo incontrare un refuso, e stiamo parlando di volumi che in media hanno 300-400 pagine).

In queste letture ci siamo imbattute in una sola stonatura: la resa del turpiloquio.
Ci capitava di leggere un dialogo tesissimo, e poi di ritrovarci a sorridere perché sul più bello dello scontro verbale incontravamo una frase che un italiano non avrebbe pronunciato nemmeno al culmine della furia (e della creatività linguistica).


Subito dopo, e questa è la nemesi del traduttore, abbiamo dovuto affrontare la stessa difficoltà nel tradurre il romanzo su cui stiamo lavorando: se molte offese inglesi (come bastard e asshole) sono facilmente traducibili in italiano, quando l'insulto si fa più articolato la difficoltà aumenta e il rischio di risultare poco credibili sale vertiginosamente.

Citiamo alcuni esempi tratti dai gialli che stiamo leggendo:
  • "Porta il tuo culo fuori da qui" (traduzione di get your ass out of here; è una frase che, nella versione italiana, ultimamente si sente spesso anche nei telefilm, ma non nella vita reale)
  • "Sei pieno di merda" (da you're full of shit, insulto che si usa per affermare che l'altro sta mentendo)
  • "Me lo sono ritrovato sul culo" (detto da un agente che non si aspettava di incontrare il sospettato e racconta a un collega di esserselo visto davanti all'improvviso; l'espressione originale non la conosciamo, ma probabilmente c'era di mezzo la parola ass).
Che cosa è successo in questi casi e come migliorare queste traduzioni?

Ci sembra che la scelta dei traduttori sia stata quella di rimanere il più possibile aderenti al testo originale. La resa di questi romanzi, in generale, è molto buona, ma può darsi che nel caso del turpiloquio intervenga l'imbarazzo di dover tradurre un linguaggio scurrile che noi traduttori nella vita di tutti i giorni non siamo abituati a usare.

Quello che abbiamo cercato di fare nella nostra traduzione delle espressioni volgari è stato superare l'imbarazzo, cogliere il senso generale delle frasi scurrili e trovare un modo di tradurle che non stonasse in bocca a un italiano. Nei casi citati sopra, per esempio, faremmo così:
  • "Togliti dalle palle / Levati dai coglioni"
  • "Sono tutte cazzate"
  • "Cazzo, ci sono andato a sbattere contro!"
E tu, come te la cavi con il turpiloquio?


Se l'argomento ti interessa, ti segnaliamo il blog Parolacce, che riporta aneddoti e notizie sul turpiloquio.

L'immagine, rilasciata con licenza CC BY-SA 3.0, è di proprietà di Steve Anderson, regista del documentario Fuck (2005), che analizza l'uso e la percezione della parola fuck nella società americana.