venerdì 24 aprile 2020

Rough Animals / Ruvide bestie: di traduzione e altri animali I

Come a volte ci capita, quando in un giorno afoso di giugno abbiamo ricevuto in visione il pdf di Rough Animals dell’americana Rae DelBianco, non eravamo alla scrivania o, almeno, non a quella di casa nostra: negli ultimi anni, infatti, abbiamo preso l’abitudine di tradurre mentre facciamo le pet sitter a domicilio, a casa di persone di tutto il mondo che partono per le vacanze e ci ospitano mentre ci prendiamo cura dei loro cani e gatti (ma anche di polli, criceti, pesci e persino rane!).

Quello di traduttrici è un lavoro da free lance nel quale ciò che conta è consegnare la traduzione entro la scadenza pattuita e rispondere in tempi rapidi alle email delle redazioni, cosa che possiamo fare stando ovunque. Se quindi si può vivere per un periodo lontano da casa e vicino ad animaletti da compagnia, ne siamo più che contente: cani, gatti e altri pets ci danno gioia soltanto a guardarli e ci permettono di imparare tante cose sul loro comportamento.

Perciò quando Rough Animals è atterrato nella nostra casella email eravamo a Lipsia, dove per una ventina di giorni abbiamo custodito la casa e le due micie (simpaticissime: la bianca Macchia, pacioccona e casalinga, e la neoincidentata Titti, presto tornata così pimpante da arrampicarsi sugli alberi) di una nostra collega e amica traduttrice.

Un bellissimo bagno di sangue

E così è stato alla scrivania di R. che abbiamo potuto leggere alcune pagine del manoscritto di Rae DelBianco per valutare se ci sentivamo pronte ad accettare il lavoro. La considerazione che abbiamo fatto dopo la lettura è stata: “Sarà un bagno di sangue, ma sarà bellissimo... Accettiamo”. E con il senno di poi possiamo dire che, come spesso accade, la prima impressione era quella giusta: il libro ci è piaciuto un sacco, sì, ed è stato anche un bagno di sangue, sia perché tra le sue pagine si susseguono manzi e umani abbattuti uno dopo l’altro e grondano di rosso persino gli alberi tagliati (come si vede dalla copertina dell’edizione americana, vedi sotto), sia perché la traduzione, come avevamo intuito quel giorno, si è presentata molto difficile fin dall’inizio.

Storni che ghignano e niente virgole

In cosa consistevano le difficoltà di cui ci siamo accorte scorrendo il romanzo? Per darvene un’idea, presentiamo l’incipit sia in inglese che in italiano, perché già a partire dalle primissime righe ci si può rendere conto di alcuni aspetti fondamentali dello stile di questa autrice che caratterizzano poi tutto il testo. Siamo nella contea di Box Elder, nello Utah, e questo è ciò che accade:
It was before dawn when Smith walked out, and a full two hours before the sunlight would be high enough to strip across the tops of the cliff beyond. A flock of starlings pulled out from a scrub oak as he passed and went tittering across the sky black-winged, like bats or demons borne back to hell before daybreak.
Smith uscì che non era ancora l’alba, e ci sarebbero volute due ore buone prima che il sole si alzasse quanto bastava perché strisce di luce filtrassero dalle vette delle falesie lontane. Al suo passaggio una frotta di storni sbucò da una quercia californiana e gli uccelli attraversarono ghignando il cielo con le loro ali nere, simili a pipistrelli o demoni risospinti all’inferno prima dell’aurora.

Tanto per cominciare ci hanno colpito le immagini: gli storni attraversano “ghignando il cielo”, una descrizione piuttosto insolita, tant’è vero che se si prova a mettere su internet la stringa di testo originale, starlings o anche più semplicemente birds insieme a went tittering non si trova alcun risultato. Ed è appunto questo uno degli effetti a cui mira Rae DelBianco in tutto il romanzo: produrre immagini che non siano mai state scritte prima e se possibile nemmeno pensate. Nel corso della traduzione ci siamo poi rese conto che ci è riuscita, e noi stesse abbiamo cercato di non cadere in espressioni e modi di dire già sentiti, anche se a volte potevano sembrarci adatti. Abbiamo cercato insomma di non “normalizzare” uno stile che si prospettava fin dall’inizio piuttosto originale.
Sempre a proposito delle immagini e del sangue che scorre a fiumi in questo romanzo, nel secondo paragrafo si scopre che il protagonista è uscito per procacciarsi la cena con il fucile. Anche questo elemento ci fornisce un’indicazione sul tipo di testo che abbiamo davanti: il mondo in cui Rae Del Bianco ci catapulta fin dalle prime righe è un mondo selvaggio, che richiama quello dei pionieri americani, dove per procurarsi da mangiare non si va certo al supermercato con il borsello e il Suv, ma ci si mette la doppietta a tracolla e si va a caccia.

La contea di Box Elder nel 1872: il paesaggio del romanzo è lo stesso, anche se l'ambientazione è contemporanea

Oltretutto si scopre che Smith non ha nemmeno l’arma adatta per il tipo di preda che vuole abbattere, perché il defunto padre gli ha lasciato soltanto un fucile calibro .10, e qui emerge ancora un altro elemento che caratterizza il romanzo: la miseria estrema in cui vivono i personaggi, che come vedremo poi non è soltanto economica ma anche morale e intellettuale (Il titolo Rough Animals, che in italiano è stato reso con Ruvide bestie, si riferisce probabilmente più ai protagonisti che agli animali, che pure popolano il romanzo.) Nonostante le difficoltà, il ragazzo ha imparato ad adattarsi e se la cava, così come sanno fare gli altri protagonisti, tutti in grado di sopravvivere nelle situazioni durissime che per loro costituiscono la norma, e persino in quelle ancora più disumane che si troveranno poi ad affrontare nel corso della storia.

L’altro aspetto che ci colpisce in questo breve estratto non è relativo al contenuto ma alla forma: l’autrice impiega 59 parole suddivise in 2 frasi per descrivere la scena, ma le intercala usando solo 2 virgole. Si tratta quindi di una scrittura che deve scorrere tutta d’un fiato, dove tra l’altro non ci sono vocaboli di troppo, non si indulge in descrizioni o infiorettature (né in frasi fatte, come si diceva), ma tutto viene raccontato in modo molto sintetico. Abbiamo cercato di rendere nella traduzione entrambi questi elementi adottando una lingua stringata (per questo brano sono state usate 65 parole) e utilizzando la punteggiatura con parsimonia, anche se l’italiano standard, così come l’inglese, avrebbe voluto più virgole (come l’autrice, qui ne abbiamo utilizzate solo 2).

Due paroline due sul metodo

A questo risultato però non siamo arrivate alla prima stesura, anzi: abbiamo rilavorato tutto il testo almeno quattro volte, e rifiniture come l’eliminazione delle virgole e l’“asciugatura” dello stile sono frutto delle ultimissime fasi, dopodiché anche la redazione è intervenuta per fare il suo lavoro.
Chi fosse interessato a saperne di più sul metodo di traduzione che abbiamo messo a punto nel tempo (traduciamo a quattro mani da 15 anni) può trovarlo illustrato nell’infografica accanto e descritto in dettaglio in questo post.

Anche sui tempi della traduzione c’è qualcosa da dire, perché a meno che uno di mestiere non faccia proprio il traduttore letterario, in genere non ha idea di quanti mesi occorrano per consegnare all’editore la traduzione di un romanzo che, nel caso nostro, in inglese contava 287 pagine di testo. Abbiamo iniziato a tradurlo in parallelo (dividendolo a metà fra di noi e poi scambiandoci le parti per fare la revisione incrociata) in agosto e lo abbiamo consegnato alla fine del gennaio successivo, per un totale di 5 mesi (durante i quali però abbiamo lavorato anche su altri libri, altrimenti con questo mestiere non si camperebbe, e noi abbiamo appunto la pretesa di camparci).

Cioccolatini e interviste

Ma andiamo con ordine: eravamo rimaste alla valutazione del romanzo, fatta a giugno, e dicevamo che abbiamo iniziato a tradurlo a fine agosto. Nel frattempo però non siamo rimaste con le mani in mano: ci siamo documentate leggendo tutto quello che siamo riuscite a trovare in rete, sia sull’autrice sia sul libro, che negli Stati Uniti era appena uscito.

In parte lo abbiamo fatto per curiosità: per dirla con una nostra amica e collega, ogni nuova traduzione è come un cioccolatino da scartare… fa gola!, quindi volevamo avere subito un assaggio dei suoi contenuti, anche se per il momento non potevamo ancora affrontarla perché prima dovevamo consegnarne altre.

In parte invece la molla è stata di tipo professionale: volevamo capire quali erano gli obiettivi dell’autrice, il suo messaggio, come aveva concepito il mondo (piuttosto difficile e violento, all’apparenza) che aveva costruito nel romanzo e come vedeva i suoi personaggi (noi per il momento avevamo incontrato soltanto Smith, il protagonista, ma non sarebbe rimasto solo). Tutto questo ci avrebbe fornito degli elementi in più per affrontare la nostra traduzione, perché non si traduce mai nel vuoto pneumatico, in maniera meccanica (del tipo “parola x in inglese” = “parola y in italiano”) come a volte pensa chi non lo fa, anzi: più si riesce a entrare nell’universo di un autore e a conoscere i personaggi e le cose di cui lo popola, oltre a capirne le intenzioni e il messaggio, meglio siamo in grado di rendere quell’universo e quel testo in italiano. 

Se l’autrice fosse stata almeno alla sua seconda opera avremmo potuto leggere la prima per farci un’idea del suo stile e dei temi che trattava, ma accidenti, abbiamo scoperto che era una giovanissima esordiente. “Avreste potuto leggere il libro da tradurre prima di iniziare il lavoro”, potrebbe suggerire qualcuno. È vero, sappiamo che molti colleghi traduttori letterari e revisori lo fanno, ma nel nostro caso l’esigenza fondamentale è mantenere sempre una certa freschezza di approccio e una curiosità viva nei confronti del testo, cosa che riusciamo a fare traducendone poche pagine al giorno senza averle lette prima. Nel caso dei romanzi più belli (ma anche dei saggi più interessanti), infatti, non sapendo come proseguono, ogni mattina ci mettiamo davanti al computer con una gran voglia di scoprirlo e ci tuffiamo nelle pagine con un entusiasmo sempre rinnovato, perciò finora abbiamo seguito questo metodo.

Quindi, visto che opere prime di Rae DelBianco non ce n’erano e che non volevamo leggere il libro prima di tradurlo, ci siamo messe a cercare nel web, e così facendo abbiamo scoperto parecchie cose sul romanzo che ci aspettava.

Mai distogliere lo sguardo dalla violenza

Cormac McCarthy nel 1973
Innanzitutto l’autrice ha fra i suoi scrittori di culto Cormac McCarthy e a lui è stata paragonata da alcuni critici, fra cui gli scrittori Philipp Meyer e Jim Shepard. E visto che McCarthy l’abbiamo letto e amato, ha iniziato subito a tratteggiarsi nelle nostre menti un quadro più chiaro: le impressioni avute leggendo l’incipit erano corrette, il romanzo avrebbe presentato vasti paesaggi deserti, vite difficili a contatto con la natura, scene crude e violente, proprio come quelle che si ritrovano in questo scrittore americano che sa essere al tempo stesso asciutto, poetico e durissimo. In particolare, racconta la scrittrice in un’intervista, “Cormac McCarthy descrive la violenza con immagini di sorprendente bellezza; evitando di celebrarla o di sminuirne l’impatto, fa sì che diventi impossibile distogliere lo sguardo”. E lo stesso, aggiungiamo noi, cerca di fare lei nelle sue pagine (riuscendoci anche molto bene).

Quella ragazzina bifolca che scrive

Un altro aspetto che emerge dalle ricerche e che ci incuriosisce molto è la sua giovane età, unita a un’esperienza di vita formidabile: Rae DelBianco infatti non ha neanche 25 anni, ma oltre ad aver già pubblicato un romanzo d’esordio notevolissimo, all’età di 14 anni ha messo su un allevamento di bestiame, non nello Utah in cui è ambientato il libro, ma in Pennsylvania. I dettagli sono riportati nelle interviste rilasciate dall’autrice a Publishers Weekly e a Vogue: selezionava i manzi e li allevava per 10 mesi in modo che raggiungessero il peso necessario per la macellazione (680-720 chili, non uno scherzo), occupandosi nel frattempo di aspetti come il benessere degli animali e la sostenibilità sia economica che ambientale. Oltre a farsi un’esperienza davvero insolita, che ha saputo poi sfruttare per la stesura del romanzo (Smith e la gemella sono appunto allevatori di manzi), grazie al suo curriculum l’autrice è stata accettata sia al MIT che alla Duke University, dove poi si è laureata nel 2014.

Non è un caso, quindi che sul suo profilo Instagram si autodefinisca that redneck kid author, “quella
ragazzina bifolca che scrive”: l’età e l’esperienza di allevatrice le permettono senz’altro di fregiarsi di questo titolo. In realtà, però, il suo profilo è tutt’altro che quello di una “bifolca”: è curatissimo, con foto posate o lungamente preparate e la mano di un professionista ben visibile dietro le quinte, sia nelle composizioni di oggetti, tra i quali spicca sempre un libro, sia nella scelta cromatica, sempre orientata ai toni del panna, beige, sabbia e marrone, che guarda caso richiamano quelli del paesaggio dello Utah in cui è ambientato il romanzo. Tra l’altro l’autrice si fa spesso ritrarre a cavallo o comunque immersa in un ambiente naturale, altro elemento che evoca le vicende dei suoi personaggi. Una “bifolca”, quindi, che sa costruire benissimo la propria immagine (al momento il suo profilo Instagram ha 16.500 follower), in un’era in cui la comunicazione si nutre soprattutto di questo.

Vivere le vite dei personaggi

Ma torniamo alle nostre ricerche: le ricerche su internet ci hanno infatti permesso anche di conoscere in anteprima i personaggi del romanzo. Ecco che cosa dichiara al riguardo Rae DelBianco in un’altra intervista: “Credo che i lettori siano persone che abbracciano la vita con un tale entusiasmo che viverne una sola non gli basta. [E noi siamo d’accordissimo: anche nel nostro caso leggere (e tradurre!) significa vivere tante altre vite che non sono la nostra, N.d.A.] I protagonisti di Rough Animals sono stati un’occasione elettrizzante per vivere le loro vite scrivendone. Tramite Wyatt [Smith] ho cercato di capire se siamo davvero in grado di renderci conto che i nostri cari, la nostra comunità, il nostro mondo sono guasti, e se possiamo scegliere di amarli comunque. Con Lucy [la sorella di Smith] mi sono immersa nella lotta più grande che ho affrontato crescendo: guardare in faccia la violenza che causiamo ogni giorno per il semplice fatto di vivere. E in un’era in cui la mia giovane età e il clima politico mettevano alla prova la mia fiducia in me stessa come donna, il personaggio della ragazza si è rivelato assoluto, scatenato e caotico, una liberazione”.

Sopravvivere in un mondo spietato

Il personaggio della ragazza (che non ha nome perché si rifiuta di dirlo, quindi viene sempre chiamata così, “la ragazza”) cui accenna l’autrice è l’emblema stesso dell’istinto di sopravvivenza portato agli estremi: nel buio che precede l’alba abbatte alcuni manzi di Smith, che però vive già in povertà e senza quelle bestie finirà in bancarotta… è così che scatta l'inseguimento del protagonista, una caccia nella quale i personaggi, nel tentativo appunto di sopravvivere, finiscono per bere sangue di coyote cercando di non morire disidratati nel deserto, rubano antibiotici da Walmart per curarsi le ferite che si stanno infettando e uccidono a più non posso, il tutto sullo sfondo di un paesaggio bellissimo ma spietato.

Ancora la contea di Box Elder nel 1872: ci piace pensare che il tizio a sinistra sia il protagonista del nostro romanzo

In un’altra intervista l’autrice spiega perché ha voluto incentrare il suo testo sul tema della sopravvivenza: “Vengo da un ambiente rurale e, vedendo i calli sparirmi dalle mani mentre frequentavo il college, ho iniziato a chiedermi se a causa della sterilità della vita moderna non si perda la forza emotiva di fare qualcosa di più che sopravvivere, non dovendo ‘sopravvivere’ affatto. Abbiamo mani morbide e scarpe pulite, mangiamo petti di pollo confezionati che non assomigliano per niente a un uccello. Siamo riusciti a sfuggire alla battaglia quotidiana per la sopravvivenza, ma anche al senso di realizzazione che deriva dal vincerla. Perciò provo una soddisfazione particolare nel fare ritorno a una letteratura in cui, di fronte a questa lotta, non si danno per scontati nemmeno un boccone di cibo o una boccata d’aria”.

Insomma, una volta terminate le nostre ricerche su internet siamo giunte alla conclusione che mettendo insieme l’influenza di McCarthy, l’esperienza concreta di allevatrice della DelBianco, le “missioni di vita” dei suoi tre personaggi principali e il tema centrale del romanzo, cioè la sopravvivenza fisica e psicologica, gli ingredienti per una storia potente ci fossero tutti: adesso ci toccava tradurla in modo che risultasse potente anche in italiano.
Ma di questo parleremo nel prossimo post!

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