Ricordate l'inchiesta di Biblit sulle tariffe dei traduttori editoriali di cui avevamo dato notizia nel post intitolato "Quanto guadagnano i traduttori editoriali"?
I risultati sono adesso disponibili sul sito di Biblit, cliccando su "Inchiesta tariffe".
Saranno presentati il 23 aprile in occasione della Giornata mondiale del libro e del diritto d'autore a Roma, presso la Casa delle traduzioni. Buon incontro a tutti!
venerdì 19 aprile 2013
lunedì 15 aprile 2013
Test: che typo sei?
Come gli esseri umani, anche i caratteri tipografici hanno una loro personalità, non c'è dubbio: la distinzione fondamentale in tipografia è tra quelli con le "grazie", ossia quei piccoli prolungamenti inseriti all'estremità delle lettere a mo' di decorazione (in inglese detti serif), come il classico Times New Roman e quelli privi di grazie (sans serif), detti anche "bastoni", come l'altrettanto usato Arial.
Poi naturalmente esistono caratteri dal sapore antico e altri più moderni, font eleganti che assomigliano alla scrittura a mano e altri che prevedono solo l'uso delle maiuscole (come per farsi notare a tutti i costi) e poi ancora altri mille, tutti diversi tra loro.
Così, la Pentagram ha creato l'originale videotest "What type are you?" che abbina il font giusto a ognuno di noi: basta rispondere a quattro domande sulla personalità e il gioco è fatto. Non è detto che ci si riconosca nel risultato, ma certi giorni succede la stessa cosa anche allo specchio...
Per fare il test clicca qui, poi facci sapere com'è andata!
Poi naturalmente esistono caratteri dal sapore antico e altri più moderni, font eleganti che assomigliano alla scrittura a mano e altri che prevedono solo l'uso delle maiuscole (come per farsi notare a tutti i costi) e poi ancora altri mille, tutti diversi tra loro.
Così, la Pentagram ha creato l'originale videotest "What type are you?" che abbina il font giusto a ognuno di noi: basta rispondere a quattro domande sulla personalità e il gioco è fatto. Non è detto che ci si riconosca nel risultato, ma certi giorni succede la stessa cosa anche allo specchio...
Per fare il test clicca qui, poi facci sapere com'è andata!
lunedì 8 aprile 2013
Il libro di carta sparirà o sopravvivrà all'e-book?
Da quando l'e-book ha iniziato a diffondersi anche in Italia, in tanti hanno profetizzato la scomparsa del libro di carta, basato su una tecnologia ormai vecchia che, secondo i sostenitori del digitale, diventerà in breve tempo obsoleta.
Ma è davvero così?
Nassim Nicholas Taleb, autore del bestseller Il Cigno nero, nel suo nuovo libro intitolato Antifragile sostiene che le tecnologie esistenti da più tempo (come il libro a stampa) sono anche le più antifragili, in grado di resistere a scossoni e cambiamenti, ed è proprio la loro durata a dimostrarlo: non a caso usiamo ancora oggi pentole e stoviglie molto simili a quelle ritrovate sotto la cenere di Pompei e indumenti e scarpe non tanto diversi da quelli di Ötzi, la mummia scoperta tra i ghiacci delle Alpi.
Taleb propone anche un metodo per quantificare la durata di una tecnologia. Il calcolo si basa sugli anni per i quali quella tecnologia è stata usata: se esiste da circa 500 anni, come il libro a stampa, significa che ha superato la prova del tempo e quindi le sue prospettive di sopravvivenza sono almeno pari ai suoi anni di vita, ossia altri 500. Perciò, se dobbiamo credere a Taleb, gli amanti della carta possono stare tranquilli...
A loro è dedicato il video che segue:
E tu che cosa ne pensi, il libro di carta sopravvivrà o verrà soppiantato dall'e-book?
Ma è davvero così?
Nassim Nicholas Taleb, autore del bestseller Il Cigno nero, nel suo nuovo libro intitolato Antifragile sostiene che le tecnologie esistenti da più tempo (come il libro a stampa) sono anche le più antifragili, in grado di resistere a scossoni e cambiamenti, ed è proprio la loro durata a dimostrarlo: non a caso usiamo ancora oggi pentole e stoviglie molto simili a quelle ritrovate sotto la cenere di Pompei e indumenti e scarpe non tanto diversi da quelli di Ötzi, la mummia scoperta tra i ghiacci delle Alpi.
Taleb propone anche un metodo per quantificare la durata di una tecnologia. Il calcolo si basa sugli anni per i quali quella tecnologia è stata usata: se esiste da circa 500 anni, come il libro a stampa, significa che ha superato la prova del tempo e quindi le sue prospettive di sopravvivenza sono almeno pari ai suoi anni di vita, ossia altri 500. Perciò, se dobbiamo credere a Taleb, gli amanti della carta possono stare tranquilli...
A loro è dedicato il video che segue:
E tu che cosa ne pensi, il libro di carta sopravvivrà o verrà soppiantato dall'e-book?
venerdì 29 marzo 2013
Come superare il blocco dello scrittore
State scrivendo un romanzo o un racconto e sul più bello vi ritrovate a un punto morto e non sapete come proseguire. Che fare per superare il blocco?
Erle Stanley Gardner, inventore di Perry Mason, aveva ideato una "ruota della trama" da far girare ogni volta che si ritrovava a corto di idee (ma solo per i libri gialli). In sostanza aveva elencato tutte le piste cieche nelle quali potevano cacciarsi gli eroi dei suoi romanzi polizieschi: dal rapimento del testimone chiave alla falsificazione di documenti rilevanti per il caso.
Erle Stanley Gardner, inventore di Perry Mason, aveva ideato una "ruota della trama" da far girare ogni volta che si ritrovava a corto di idee (ma solo per i libri gialli). In sostanza aveva elencato tutte le piste cieche nelle quali potevano cacciarsi gli eroi dei suoi romanzi polizieschi: dal rapimento del testimone chiave alla falsificazione di documenti rilevanti per il caso.
Altri scrittori, invece, hanno studiato gli schemi ricorrenti nelle fiabe e nei racconti epici, facendo emergere le tappe comuni attraverso le quali si dipanano le storie. In caso di blocco, è sufficiente ripercorrere le tappe già descritte e individuare quelle mancanti, per poi ricominciare a scrivere di buona lena.
Gli schemi delle fiabe sono stati descritti dal linguista russo Vladimir Propp nel volume Morfologia della fiaba e sono riportati qui in dettaglio. In sostanza Propp analizzò 7 tipi di personaggi, 4 fasi della storia (equilibrio iniziale, rottura dell'equilibrio o complicazione, peripezie dell'eroe e ristabilimento dell'equilibrio) e 31 "funzioni" o tappe della narrazione.
Lo sceneggiatore Christopher Vogler ha invece analizzato i miti e pubblicato il volume Il viaggio dell'eroe, nel quale descrive le tappe, riconducibili ai miti antichi, che costituiscono ancora oggi le storie più avvincenti. Come Propp, anche Vogler ha rintracciato 7 archetipi di personaggi; ha inoltre descritto le fasi della storia suddividendole in tre atti: partenza, iniziazione, ritorno. Questo è il sito di Vogler dedicato al viaggio dello scrittore (in inglese) e qui si trova una sintesi in italiano del suo schema narrativo.
lunedì 18 marzo 2013
Come nascono i libri?
Un giorno, qualcuno si sveglia con una buona idea per scrivere un libro.
Un anno dopo, il volume è sugli scaffali di tutte le librerie. Ma... che cosa è successo nel frattempo? Come si passa da un'idea ancora imprecisa a un libro fresco e profumato di stampa, in cui l'idea è stata trasformata in parole, possibilmente senza refusi?
Ce lo spiega Mariah Bear della casa editrice Weldon Owen nella divertente infografica che riproduciamo qui sotto. Buona lettura!
Se questo post ti è piaciuto, condividilo cliccando sulle icone nel riquadro grigio sotto.
Un anno dopo, il volume è sugli scaffali di tutte le librerie. Ma... che cosa è successo nel frattempo? Come si passa da un'idea ancora imprecisa a un libro fresco e profumato di stampa, in cui l'idea è stata trasformata in parole, possibilmente senza refusi?
Ce lo spiega Mariah Bear della casa editrice Weldon Owen nella divertente infografica che riproduciamo qui sotto. Buona lettura!
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lunedì 11 marzo 2013
Le parole che non possiamo dire
Ci sono parole che non possiamo dire, che non ci fanno sentire a nostro agio, che troviamo di rado sui giornali?
Ce lo siamo chieste dopo esserci imbattute in un articolo dell'Internazionale ("Quello che i giornali non dicono", di David Randall) e nello spezzone di un vecchio film con Dustin Hoffman, Lenny (dedicato alla figura del comico statunitense Lenny Bruce), che riportiamo qui sotto.
Tutti e due riflettono e fanno riflettere sui termini che non si possono usare e sul significato di questo atto mancato.
Quali sono oggi queste parole tabù?
In genere sono quelle che indicano una differenza rispetto a una presunta "normalità" e una vergogna legata a tale differenza (ma chi è poi che si trova in difficoltà, il portatore dell'eventuale differenza o chi ha a che fare con lui?), su cui è intervenuto il movimento del politically correct.
Ad esempio quelle relative a:
Tu che cosa ne pensi?
Se l'argomento ti interessa, leggi anche "Una lingua per le donne", dove parliamo dell'uso al femminile di nomi tradizionalmente maschili, come "ministro".
Ce lo siamo chieste dopo esserci imbattute in un articolo dell'Internazionale ("Quello che i giornali non dicono", di David Randall) e nello spezzone di un vecchio film con Dustin Hoffman, Lenny (dedicato alla figura del comico statunitense Lenny Bruce), che riportiamo qui sotto.
Tutti e due riflettono e fanno riflettere sui termini che non si possono usare e sul significato di questo atto mancato.
Quali sono oggi queste parole tabù?
In genere sono quelle che indicano una differenza rispetto a una presunta "normalità" e una vergogna legata a tale differenza (ma chi è poi che si trova in difficoltà, il portatore dell'eventuale differenza o chi ha a che fare con lui?), su cui è intervenuto il movimento del politically correct.
Ad esempio quelle relative a:
- Malattie del corpo e della mente. Non si dice "cieco", ma "non vedente", non si parla di "handicappati" ma di persone "diversamente abili".
- Appartenenza etnica o religiosa. Se Lenny Bruce insisteva sulle parole "negro" e "giudeo" (perché nell'America di quegli anni la maggioranza dominante era bianca e protestante), in Italia oggi si evita di dire "nero", optando piuttosto per "persona di colore" o "extracomunitario".
- Orientamento sessuale. A volte si fanno grandi giri di parole pur di evitare la parola "omosessuale", "gay" o "lesbica" e c'è addirittura chi si cava d'impaccio ripiegando su appellativi insultanti.
- Mestieri che una presunta "maggioranza" reputa poco prestigiosi. Si dice "operatore ecologico" al posto di "netturbino" (ma a nessun bancario è mai venuto in mente di farsi chiamare "operatore nel campo del risparmio", come scrive Umberto Eco in questo divertente articolo sul politically correct).
Tu che cosa ne pensi?
Se l'argomento ti interessa, leggi anche "Una lingua per le donne", dove parliamo dell'uso al femminile di nomi tradizionalmente maschili, come "ministro".
lunedì 4 marzo 2013
A che cosa serve la punteggiatura?
Sapevate che il sistema di punteggiatura che conosciamo oggi è nato in Italia?
A inventarlo fu Pietro Bembo nel 1496, introducendolo nel De Aetna, un testo latino in cui descriveva un'ascensione sull'Etna.
Evidentemente la sua idea ebbe successo, visto che oggi tutte le lingue più diffuse (anche il cinese e l'arabo) utilizzano i segni di interpunzione e non saprebbero più farne a meno.
Ma a cosa serve veramente la punteggiatura?
Quando andavamo a scuola noi, alcuni maestri sostenevano che servisse a indicare le pause da fare durante la lettura: una pausa lunga per il punto, una più breve per la virgola.
E il punto e virgola?
Di questo soggetto imbarazzante non si parlava mai, oppure si diceva che rappresentava una pausa "media": dopotutto, non era cosa da bambini, e poi nei temi c'erano tanti errori ben più gravi da correggere, con tutte quelle "A" senz'acca e doppie smarrite chissà dove, che la punteggiatura finiva per passare in secondo piano.
Così la vita era più facile per tutti e le virgolette erano di un tipo solo, quelle "alte". La possibilità che ne esistessero addirittura altri due tipi ci pareva assolutamente impensabile, un po' come per i terrestri di Fringe il mondo parallelo. Difatti abbiamo preso coscienza solo molto tempo dopo, lavorando nell'editoria, dell'esistenza di «sergenti, detti anche caporali o virgolette basse» e 'apici' (e del fatto che ogni editore ha i propri gusti in materia).
Per non parlare poi dei trattini – quelli che servono per fare incisi anche di una certa lunghezza, magari con subordinate –, che non potevano certo essere considerati pane per i denti degli scolaretti. Quale bambino potrebbe mai voler costruire frasi così complesse, dopotutto?
Insomma, nelle scuole dei nostri tempi la punteggiatura era vista come un aspetto marginale e personale della lingua, che ognuno poteva (mal-)trattare come voleva. L'importante era ricordarsi di mettere la maiuscola dopo il punto, perché quello sì che sarebbe stato un errore da penna rossa.
Con il tempo e l'esperienza abbiamo poi scoperto che qualche regola, tutto sommato, c'era, anche se da piccole non ce l'avevano svelata: i segni di interpunzione sono indicatori logico-sintattici che aiutano il lettore a capire come si collegano tra loro gli elementi della frase. Ci dicono insomma quale porzione del testo è legata, e come, alle altre e ci aiutano a seguire lo sviluppo logico del discorso: mica male per dei segnetti tanto bistrattati!
Ecco allora qualche indicazione per fare buon uso della punteggiatura dal sito dell'Accademia della Crusca e alcuni articoli molto interessanti sull'argomento firmati da Luca Antonelli, Giuseppe Serianni, Sandro Veronesi e Francesca Serafini (autrice di Questo è il punto. Istruzioni per l'uso della punteggiatura, recensito in questo articolo di Matteo Motolese sulla Domenica del Sole 24 Ore).
A inventarlo fu Pietro Bembo nel 1496, introducendolo nel De Aetna, un testo latino in cui descriveva un'ascensione sull'Etna.
Evidentemente la sua idea ebbe successo, visto che oggi tutte le lingue più diffuse (anche il cinese e l'arabo) utilizzano i segni di interpunzione e non saprebbero più farne a meno.
Ma a cosa serve veramente la punteggiatura?
E il punto e virgola?
Di questo soggetto imbarazzante non si parlava mai, oppure si diceva che rappresentava una pausa "media": dopotutto, non era cosa da bambini, e poi nei temi c'erano tanti errori ben più gravi da correggere, con tutte quelle "A" senz'acca e doppie smarrite chissà dove, che la punteggiatura finiva per passare in secondo piano.
Così la vita era più facile per tutti e le virgolette erano di un tipo solo, quelle "alte". La possibilità che ne esistessero addirittura altri due tipi ci pareva assolutamente impensabile, un po' come per i terrestri di Fringe il mondo parallelo. Difatti abbiamo preso coscienza solo molto tempo dopo, lavorando nell'editoria, dell'esistenza di «sergenti, detti anche caporali o virgolette basse» e 'apici' (e del fatto che ogni editore ha i propri gusti in materia).
Per non parlare poi dei trattini – quelli che servono per fare incisi anche di una certa lunghezza, magari con subordinate –, che non potevano certo essere considerati pane per i denti degli scolaretti. Quale bambino potrebbe mai voler costruire frasi così complesse, dopotutto?
Insomma, nelle scuole dei nostri tempi la punteggiatura era vista come un aspetto marginale e personale della lingua, che ognuno poteva (mal-)trattare come voleva. L'importante era ricordarsi di mettere la maiuscola dopo il punto, perché quello sì che sarebbe stato un errore da penna rossa.
Ecco allora qualche indicazione per fare buon uso della punteggiatura dal sito dell'Accademia della Crusca e alcuni articoli molto interessanti sull'argomento firmati da Luca Antonelli, Giuseppe Serianni, Sandro Veronesi e Francesca Serafini (autrice di Questo è il punto. Istruzioni per l'uso della punteggiatura, recensito in questo articolo di Matteo Motolese sulla Domenica del Sole 24 Ore).
venerdì 22 febbraio 2013
Urgente o importante? Come non farsi travolgere dagli eventi
Vi è mai capitato di correre, correre e non avere il tempo di alzare la testa e capire dov'è che state andando? A noi succede proprio in queste settimane e ieri ci siamo decise ad alzare gli occhi dalla tastiera per guardarci in faccia e, finalmente, domandarcelo.
In generale, siamo prese dalle urgenze: in questo periodo stiamo lavorando molto e abbiamo una (serrata) tabella di marcia da rispettare per consegnare entro i tempi stabiliti. Durante la giornata lavorativa dobbiamo poi incastrare anche altre urgenze: la telefonata che non si può più rimandare, tutte le email a cui bisogna rispondere, appuntamenti di lavoro, preventivi, note di pagamento e molto altro. E fin qui si tratta di urgenze importanti (quadrato 1): non possiamo rimandare troppo la risposta alle email, saltare tutti gli appuntamenti e smettere di inviare preventivi, perché ne va del nostro lavoro. Esiste però un'altro tipo di urgenze più insidiose sulla quale possiamo intervenire, le urgenze non importanti (quadrato 3): l'addetto del call center che vuole venderci una nuova meravigliosa offerta, l'irrinunciabile commissione che ci sembra di dover sbrigare per forza entro oggi e simili.
Quello che ci manca quando siamo prese dalle urgenze è il tempo per fare progetti, studiare, decidere e portare avanti una strategia per il futuro, dedicarci alle (altre) nostre passioni. Tutte cose importanti per noi sia a livello personale, sia dal punto di vista professionale, ma non urgenti (quadrato 2).
Per fortuna c'è chi ha già riflettuto sulla questione: pare che sia stato addirittura Eisenhower a inventare un metodo per affrontare questo genere di problemi, sostenendo che "ciò che è importante è di rado urgente e ciò che è urgente è di rado importante". Poi il suo metodo è stato portato alla celebrità da Stephen Covey, ideatore dello schema che vedete qui sopra (e autore di Le 7 regole per avere successo) e che trovate commentato sui siti Coachtive e Pratika e sul bel blog Borborigmi. Per gli amanti dell'informatica, poi, esiste anche un software che permette di organizzare gli impegni in base al quadrato di Covey, Priority Matrix.
Premesso che il tempo è limitato e che spesso il mondo esterno ci chiede di agire con urgenza, quello che possiamo fare (e non è poco) è decidere quanto le azioni che ci vengono sollecitate siano importanti e valutare di conseguenza la necessità di intervenire, invece di buttarci a testa bassa nella mischia.
Si tratta quindi di stabilire a priori che cosa è importante per noi, poi tagliare le attività non importanti (ad esempio navigare senza scopo in rete, passare ore su Facebook, trascorrere mezz'ora al cellulare con il famoso addetto del call center e cose del genere; insomma, le attività dei quadrati 3 e 4). Così potremo recuperare un po' del tempo che stiamo perdendo e dedicarlo alle cose importanti.
E se anche questo non basta? Forse allora ci stiamo facendo carico di troppe cose e le soluzioni possibili sono due: delegare oppure decidere di rimandare qualcuno dei nostri impegni.
Un ottimo sistema che abbiamo trovato è quello consigliato da Mark McGuinness in questo post (in inglese): è davvero di grande aiuto!
Se l'argomento ti interessa, ti segnaliamo anche questo post su come lavorare concentrati evitando le interruzioni e queste slide sulla gestione del tempo e degli obiettivi.
L'immagine di Rorybowman è tratta da questa pagina di Wikipedia.
In generale, siamo prese dalle urgenze: in questo periodo stiamo lavorando molto e abbiamo una (serrata) tabella di marcia da rispettare per consegnare entro i tempi stabiliti. Durante la giornata lavorativa dobbiamo poi incastrare anche altre urgenze: la telefonata che non si può più rimandare, tutte le email a cui bisogna rispondere, appuntamenti di lavoro, preventivi, note di pagamento e molto altro. E fin qui si tratta di urgenze importanti (quadrato 1): non possiamo rimandare troppo la risposta alle email, saltare tutti gli appuntamenti e smettere di inviare preventivi, perché ne va del nostro lavoro. Esiste però un'altro tipo di urgenze più insidiose sulla quale possiamo intervenire, le urgenze non importanti (quadrato 3): l'addetto del call center che vuole venderci una nuova meravigliosa offerta, l'irrinunciabile commissione che ci sembra di dover sbrigare per forza entro oggi e simili.
Quello che ci manca quando siamo prese dalle urgenze è il tempo per fare progetti, studiare, decidere e portare avanti una strategia per il futuro, dedicarci alle (altre) nostre passioni. Tutte cose importanti per noi sia a livello personale, sia dal punto di vista professionale, ma non urgenti (quadrato 2).
Per fortuna c'è chi ha già riflettuto sulla questione: pare che sia stato addirittura Eisenhower a inventare un metodo per affrontare questo genere di problemi, sostenendo che "ciò che è importante è di rado urgente e ciò che è urgente è di rado importante". Poi il suo metodo è stato portato alla celebrità da Stephen Covey, ideatore dello schema che vedete qui sopra (e autore di Le 7 regole per avere successo) e che trovate commentato sui siti Coachtive e Pratika e sul bel blog Borborigmi. Per gli amanti dell'informatica, poi, esiste anche un software che permette di organizzare gli impegni in base al quadrato di Covey, Priority Matrix.
Premesso che il tempo è limitato e che spesso il mondo esterno ci chiede di agire con urgenza, quello che possiamo fare (e non è poco) è decidere quanto le azioni che ci vengono sollecitate siano importanti e valutare di conseguenza la necessità di intervenire, invece di buttarci a testa bassa nella mischia.
Si tratta quindi di stabilire a priori che cosa è importante per noi, poi tagliare le attività non importanti (ad esempio navigare senza scopo in rete, passare ore su Facebook, trascorrere mezz'ora al cellulare con il famoso addetto del call center e cose del genere; insomma, le attività dei quadrati 3 e 4). Così potremo recuperare un po' del tempo che stiamo perdendo e dedicarlo alle cose importanti.
E se anche questo non basta? Forse allora ci stiamo facendo carico di troppe cose e le soluzioni possibili sono due: delegare oppure decidere di rimandare qualcuno dei nostri impegni.
Un ottimo sistema che abbiamo trovato è quello consigliato da Mark McGuinness in questo post (in inglese): è davvero di grande aiuto!
Se l'argomento ti interessa, ti segnaliamo anche questo post su come lavorare concentrati evitando le interruzioni e queste slide sulla gestione del tempo e degli obiettivi.
L'immagine di Rorybowman è tratta da questa pagina di Wikipedia.
sabato 9 febbraio 2013
Come scaricare 69.000 ebook gratis da Amazon (e leggerli senza Kindle)
Non tutti lo sanno, ma su Amazon si trovano oltre 69.000 ebook scaricabili gratuitamente in formato Kindle. La maggior parte è in inglese, ma ci sono anche libri in italiano, francese, spagnolo, tedesco, portoghese e altre lingue e ogni giorno ne vengono aggiunti di nuovi. Il problema è che non sono facili da individuare, perché sul sito di Amazon esiste, sì, una funzione di ricerca per i soli ebook gratuiti, ma non è ancora versatile come la risorsa che ti proponiamo noi.
Per trovare gli ebook gratuiti di Amazon con un solo clic è nato Freebook Sifter, un sito che raccoglie tutti gli ebook gratuiti di Amazon e non solo (ci sono anche quelli di Barnes & Nobles, di Kobo e di Project Gutenberg); la grafica è piuttosto scarna, ma è possibile fare ricerche per titolo, autore, genere o parola chiave.
Una volta trovato l'ebook gratuito che ti interessa, per scaricarlo da Amazon è necessario possedere un lettore Kindle oppure installare l'app gratuita di Kindle sul computer, sul cellulare o sul tablet e leggere l'ebook a video.
La procedura per installare l'app è semplice: se hai già un account Amazon.it, scarica il software Kindle qui. Troverai versioni sia per pc che per Mac, per cellulari Android, Blackberry e iPhone, per tablet Android e per iPad: insomma, per ogni tipo di dispositivo.
Esegui l'installazione (rapidissima) del software, poi "compra" su Amazon il tuo primo ebook gratuito seguendo la stessa procedura dei libri che acquisti di solito (bisogna scrivere il titolo del libro o il nome del suo autore nella casella di ricerca in alto, selezionare il volume e poi "Formato Kindle", dopodiché cliccare su "Compra ora con 1 click").
Se non hai un account, ti sarà chiesto di crearne uno (è semplice: per crearlo su Amazon.it basta andare su questa pagina di registrazione), dopodiché potrai procedere allo scaricamento del tuo primo ebook gratuito, che si aprirà direttamente nell'app di Kindle... et voilà, il gioco è fatto!
Se l'argomento ti interessa, scopri anche il gigantesco Internet Archive, con testi per lo più in inglese, e altri siti per scaricare ebook gratis in italiano. Da esplorare anche eLibrary USA, un sito del governo americano che riunisce oltre 40 banche dati da cui è possibile scaricare libri e articoli.
Ringraziamo Ernesto Assante per aver segnalato Freebook Sifter sul Venerdì di Repubblica.
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Per trovare gli ebook gratuiti di Amazon con un solo clic è nato Freebook Sifter, un sito che raccoglie tutti gli ebook gratuiti di Amazon e non solo (ci sono anche quelli di Barnes & Nobles, di Kobo e di Project Gutenberg); la grafica è piuttosto scarna, ma è possibile fare ricerche per titolo, autore, genere o parola chiave.
La procedura per installare l'app è semplice: se hai già un account Amazon.it, scarica il software Kindle qui. Troverai versioni sia per pc che per Mac, per cellulari Android, Blackberry e iPhone, per tablet Android e per iPad: insomma, per ogni tipo di dispositivo.
Esegui l'installazione (rapidissima) del software, poi "compra" su Amazon il tuo primo ebook gratuito seguendo la stessa procedura dei libri che acquisti di solito (bisogna scrivere il titolo del libro o il nome del suo autore nella casella di ricerca in alto, selezionare il volume e poi "Formato Kindle", dopodiché cliccare su "Compra ora con 1 click").
Se non hai un account, ti sarà chiesto di crearne uno (è semplice: per crearlo su Amazon.it basta andare su questa pagina di registrazione), dopodiché potrai procedere allo scaricamento del tuo primo ebook gratuito, che si aprirà direttamente nell'app di Kindle... et voilà, il gioco è fatto!
Se l'argomento ti interessa, scopri anche il gigantesco Internet Archive, con testi per lo più in inglese, e altri siti per scaricare ebook gratis in italiano. Da esplorare anche eLibrary USA, un sito del governo americano che riunisce oltre 40 banche dati da cui è possibile scaricare libri e articoli.
Ringraziamo Ernesto Assante per aver segnalato Freebook Sifter sul Venerdì di Repubblica.
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giovedì 31 gennaio 2013
Idee per... non trovare lavoro
A volte per affrontare un problema (ad esempio "come trovare nuovi lavori di traduzione?") può essere utile ragionare al contrario: invece di pensare a cosa fare, si può riflettere su cosa non si dovrebbe fare.
A che cosa serve questa acrobazia mentale?
Forse ci sembra di fare tutto il possibile, ma in realtà stiamo tralasciando qualche azione cruciale che non ci viene in mente perché tendiamo a percepire solo le cose tangibili, concrete (quelle che facciamo, vediamo, tocchiamo) e non quelle "invisibili" (le azioni che non facciamo). Ragionando al contrario possiamo scoprire qual è.
E allora ecco che cosa fare per non trovare nuovi lavori di traduzione editoriale (ognuno può modificare questa lista in relazione al suo ambito professionale):
La foto di CaptureQueen è tratta da qui.
A che cosa serve questa acrobazia mentale?
Forse ci sembra di fare tutto il possibile, ma in realtà stiamo tralasciando qualche azione cruciale che non ci viene in mente perché tendiamo a percepire solo le cose tangibili, concrete (quelle che facciamo, vediamo, tocchiamo) e non quelle "invisibili" (le azioni che non facciamo). Ragionando al contrario possiamo scoprire qual è.
E allora ecco che cosa fare per non trovare nuovi lavori di traduzione editoriale (ognuno può modificare questa lista in relazione al suo ambito professionale):
- continuare a lavorare per gli stessi editori senza cercarne di nuovi
- evitare le fiere del libro
- scansare le associazioni o il sindacato di categoria
- essere assenti dal web
- trascurare l'aggiornamento professionale
- inviare cv senza allegare proposte di traduzione
- inviare proposte di traduzione senza richiamare per sapere se sono piaciute
- consegnare con un mese di ritardo sulla data stabilita senza avvertire
- essere irreperibili via email e telefono.
E sicuramente ci sono altre cose che non ci vengono in mente perché non siamo abituate a pensare al contrario... Se ce le segnalate, ci fate un favore!
La foto di CaptureQueen è tratta da qui.
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