mercoledì 23 novembre 2011

"Arrivare dopo i fochi" e altri modi di dire dialettali

Quando un fiorentino ti dice "Tu' sse' arrivato dopo i fochi", che cosa intende? Di quali fuochi starà parlando?

Abbiamo già accennato ai modi di dire e alle difficoltà che pongono ai traduttori; oggi vi presentiamo un paio di proverbi delle nostre città che risultano incomprensibili agli "stranieri", non tanto per le difficoltà linguistiche date dal dialetto, quanto perché fanno riferimento a un contesto locale, che i forestieri non conoscono.

A Firenze si dice "Tu' sse' arrivato dopo i fochi" (con la "t" di "arrivato" e la "c" di "fochi" aspirate) quando l'altro si presenta dopo la conclusione di un evento. Questo è il tipico esempio di espressione che, per poter essere interpretata correttamente, richiede una conoscenza dettagliata del contesto locale. I "fochi", infatti, sono i fuochi che si tenevano e si tengono tuttora il 24 giugno in occasione della festa del patrono della città, san Giovanni. In passato, in quel giorno si svolgevano tornei, un palio di cavalli e una fiera e alla fine si accendevano i fuochi, oggi sostituiti da quelli di artificio. Per questo "arrivare dopo i fuochi" significa arrivare troppo tardi, quando la festa è ormai finita.
'Fireworks' photo (c) 2010, Jorgen Kesseler - license: http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/
A Milano si dice "I tri laurà inutil: massà la gent, spalà la nef e pertegà i nuss" (I tre lavori inutili: ammazzare la gente, spalare la neve e perticare i noci). In questo caso la difficoltà posta dal proverbio sta nel fatto che non viene motivata l'inutilità di questi lavori. Ecco la spiegazione: uccidere non serve, perché prima o poi si muore; spalare la neve idem, perché si scioglie da sola; battere i noci con la pertica altrettanto, perché i frutti cadranno al momento giusto.

Mandateci i vostri modi di dire dialettali più difficili, li pubblicheremo!

Una risorsa utile sui dialetti italiani, con proverbi, poesie e racconti, è il sito dialettando.com.

1 commento:

  1. Angelo Fracchia ci ha mandato un'email con un proverbio della Valle Bormida ligure da condividere con voi (grazie, Angelo!). Ecco che cosa ci ha scritto:

    "...A parte il fatto che il detto milanese da voi citato lo conoscevo anche "dai vecchi" con la differenza che il terzo lavoro inutile era "bruciare le foglie" (che comunque si consumeranno da sole).
    Il detto nuovo, invece, viene dalla mia zona di origine, la Valle Bormida ligure, zona di colline aspre, franose e piene di boschi ed
    economicamente depresse da secoli. Tra le poche attività redditizie, in passato, c'era la coltivazione, lavorazione e commercio di castagne, di legna e di carbone, lavorato (con un processo lungo circa un mese) nei boschi e poi portato a valle e venduto in riviera ligure. Boschi impervi su terre umide e franose spiegano il detto:

    A fè ra carà
    sun nènt i böi, a l'è ra shtrà.
    (versione fonetica... vi risparmio il sistema di trascrizione del dialetto che mi sono elaborato io, e gli altri non mi convincono :-) ).
    Ossia: "a fare il trasporto (carà è "carrettata", è il trasporto di un
    carico pesante per un percorso spesso lungo) non sono i buoi, è la strada".
    Se ho una strada malagevole e franosa, non serve avere i migliori buoi sul mercato. I mezzi di lavoro, insomma, sono più importanti dell'impegno e della fatica e della forza che ci si mette. E, mutatis mutandis, mi pare un avvertimento prezioso ancora oggi."

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