giovedì 9 dicembre 2010

Il caso di Yara e la traduzione sbagliata

Pare che con la sparizione di Yara, la tredicenne di Brembate, il marocchino Fikri non c'entri nulla. Una delle prove che hanno portato al suo fermo non è una prova, ma un errore di traduzione dall'arabo: in un'intercettazione telefonica gli era stata attribuita la frase "Allah, perdonami, non l'ho uccisa io", ma in realtà avrebbe detto "Dio, fa che risponda".

Com'è possibile che sia successa una cosa del genere? Non sappiamo come sono andate le cose, ma possiamo fornire qualche dato sulle condizioni di lavoro degli interpreti e traduttori giudiziari:
  • hanno un'enorme responsabilità;
  • ricevono ancora oggi gli onorari fissati nel 1980 e adeguati all'euro: 14,68 euro per le prime due ore di lavoro (dette in gergo "vacazione"), a cui si aggiungono 8,15 euro per ogni vacazione successiva. Non possono fare più di 4 vacazioni al giorno, per cui al massimo possono guadagnare 39 euro. Ah, dimenticavo: le cifre, naturalmente, sono lorde. Oltretutto, i tempi di pagamento sono lunghi e in genere passa un anno prima che l'interprete riceva il (magro) compenso che gli spetta.
Chi può permettersi di lavorare a cifre simili? Non certo un professionista. Spesso va a finire che, soprattutto per le lingue meno rappresentate nel nostro paese, le autorità giudiziarie si rivolgono a un madrelingua che magari conosce un certo dialetto, ma il più delle volte non ha le necessarie competenze di interprete o traduttore. Non è colpa sua: semplicemente, quello non è il suo mestiere.

Ma perché le autorità dovrebbero chiedere che so, a un idraulico o a una commercialista, di fare l'interprete? Questo è uno dei tanti problemi che derivano dalla mancata regolamentazione della professione. Siccome non esistono regole per l'accesso alla professione, può esercitarla chiunque, anche un idraulico: basta che si iscriva ai ruoli in tribunale, dove nessuno verificherà le sue competenze. Che importa se poi ci va di mezzo il futuro di qualche innocente?

L'Associazione Italiana Traduttori e Interpreti conduce da anni una campagna per il riconoscimento e la regolamentazione della professione. Leggi il comunicato stampa dell'Associazione in merito all'errore di traduzione nel caso di Yara e gli articoli sulle condizioni di lavoro di traduttori e intrepreti di tribunale pubblicati sul Sole 24 Ore, su MondoProfessionisti e sul Corriere della Sera. Per approfondimenti sui lavori degli inquirenti di Bergamo e su come l'errore è stato scoperto, leggi questo articolo del Corriere.

Aggiornamento del 20/12: una collega ci ha informato che al tribunale di Milano esistono dei criteri per essere inseriti nelle liste: bisogna presentare una certificazione dei lavori già svolti e superare un esame orale di lingua presso la Camera di Commercio. Per presentare questa documentazione bisogna però pagare alcune centinaia di euro in balzelli, il che costituisce un deterrente (sia per molti stranieri che svolgono lavori precari sia per i professionisti!).

2 commenti:

  1. Non è assolutamente vero che il problema sia il mancato riconoscimento della professione ed io, traduttore professionista (anche se continuamente attaccato da molte associazioni di categoria solo perché sono un serio professionista che impara le lingue da autodidatta), sono assolutamente contrario ad un albo dei traduttori. Il problema è tutto della burocrazia italiana, che o si snellisce o si muore.

    Roberto Pauletto

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  2. Ciao Roberto,
    grazie per il commento.
    Sicuramente la burocrazia italiana non semplifica le cose...
    e anche la faccenda dell'albo va pensata attentamente.
    A presto!

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