sabato 18 luglio 2015

Ami il tuo lavoro?

Se la risposta è sì, fai parte di una minoranza di fortunati: a quanto risulta da questa indagine Istat, nel 2013 la percentuale di persone generalmente soddisfatte del loro lavoro era pari al 45%.

Ma quali sono i fattori che influenzano la soddisfazione?
Il giornalista Malcolm Gladwell risponde alla domanda nell'interessantissimo volume dal titolo Fuoriclasse: storia naturale del successo (trad. di Elisabetta Valdrè, Mondadori 2010), sostenendo che, per farci appassionare, un lavoro deve avere tre caratteristiche:
  • complessità (un lavoro ripetitivo e semplice non ci coinvolge: ci annoia)
  • autonomia (se non abbiamo margini di decisione su ciò che facciamo, non ci divertiamo)
  • relazione tra impegno e guadagno (se lavorando di più gli introiti restano gli stessi o diminuiscono, restiamo delusi).
E, sostiene Gladwell, per star bene sul lavoro non occorre svolgere professioni intellettuali, né guadagnare cifre stratosferiche. Come esempio di lavoratore felice, infatti, porta quello di un immigrato che, appena giunto nella New York di inizio Novecento, si mise a fare il sarto in proprio: 
"Tornando a casa la sera dai suoi figli, Borgenicht sarà stato esausto, povero e sopraffatto dalla realtà, ma era animato da progetti. Era il datore di lavoro di se stesso. Era responsabile in prima persona delle sue decisioni e dell'indirizzo da dare alla propria vita. Svolgeva un lavoro complesso che impegnava la mente e l'immaginazione. E nella sua attività c'era un rapporto diretto tra impegno e guadagno: quanto più lui e Regina fossero rimasti alzati di notte a cucire grembiuli, tanto più denaro avrebbero guadagnato per strada il giorno dopo."

A questo punto non ci resta che chiederti:
  • Il tuo lavoro è abbastanza complesso da presentarti delle sfide?
  • Ti lascia dei margini soddisfacenti di autonomia?
  • Ti porta guadagni commisurati all'impegno?
Se hai risposto no a una o più domande, ce n'è una quarta, la più difficile, ma cruciale:
  • Che cosa puoi fare per svolgere attività più complesse / avere più autonomia / avere guadagni commisurati al tuo impegno?
Se ti va, scrivi le tue riflessioni nei commenti!

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lunedì 13 luglio 2015

L'insostenibile sfuggevolezza dell'acronimo

Ti è mai capitato di lottare con un acronimo misterioso? Provare a decifrarlo consultando le risorse generaliste di sempre, come i dizionari online, di solito non funziona, perché queste fonti riportano solo gli acronimi più comuni.

E certe lingue, ad esempio l'inglese, amano visceralmente gli acronimi, che tendono a moltiplicarsi in maniera incontrollata, producento tanti casi di omonimia (o forse dovremmo dire "omoacronimia"...).
Come risolvere il  mistero?


Ci aiutano le fonti specializzate, cioè i siti interamente dedicati agli acronimi:
  • Per l'italiano c'è il Dizionario degli acronimi, con tantissime voci, e anche Wikipedia fa la sua parte, con una pagina italiana che elenca gli acronimi di tre lettere.
  • Il database più completo, di lingua inglese, è AcronymFinder, che elenca le voci (oltre 4 milioni) in ordine di frequenza, presentando per primi i significati più comuni.
  • Per il francese (e l'inglese) c'è AcronymesInfo: la grafica è poco accattivante, ma le definizioni inserite dagli utenti sono circa 200.000. 
Buone ricerche e, se conoscete altre fonti, segnalatele nei commenti!


Se l'argomento ti interessa, scopri anche quali acronimi sono diventati nomi comuni.

Se vuoi scoprire altre risorse utili, leggi questi post:
L'immagine è di dominio pubblico, rilasciata con licenza CC0 1.0, e si trova sul sito di Pixabay.