venerdì 29 marzo 2013

Come superare il blocco dello scrittore

State scrivendo un romanzo o un racconto e sul più bello vi ritrovate a un punto morto e non sapete come proseguire. Che fare per superare il blocco?

Erle Stanley Gardner, inventore di Perry Mason, aveva ideato una "ruota della trama" da far girare ogni volta che si ritrovava a corto di idee (ma solo per i libri gialli). In sostanza aveva elencato tutte le piste cieche nelle quali potevano cacciarsi gli eroi dei suoi romanzi polizieschi: dal rapimento del testimone chiave alla falsificazione di documenti rilevanti per il caso.

Altri scrittori, invece, hanno studiato gli schemi ricorrenti nelle fiabe e nei racconti epici, facendo emergere le tappe comuni attraverso le quali si dipanano le storie. In caso di blocco, è sufficiente ripercorrere le tappe già descritte e individuare quelle mancanti, per poi ricominciare a scrivere di buona lena.

Gli schemi delle fiabe sono stati descritti dal linguista russo Vladimir Propp nel volume Morfologia della fiaba e sono riportati qui in dettaglio. In sostanza Propp analizzò 7 tipi di personaggi, 4 fasi della storia (equilibrio iniziale, rottura dell'equilibrio o complicazione, peripezie dell'eroe e ristabilimento dell'equilibrio) e 31 "funzioni" o tappe della narrazione.

Lo sceneggiatore Christopher Vogler ha invece analizzato i miti e pubblicato il volume Il viaggio dell'eroe, nel quale descrive le tappe, riconducibili ai miti antichi, che costituiscono ancora oggi le storie più avvincenti. Come Propp, anche Vogler ha rintracciato 7 archetipi di personaggi; ha inoltre descritto le fasi della storia suddividendole in tre atti: partenza, iniziazione, ritorno. Questo è il sito di Vogler dedicato al viaggio dello scrittore (in inglese) e qui si trova una sintesi in italiano del suo schema narrativo.

lunedì 18 marzo 2013

Come nascono i libri?

Un giorno, qualcuno si sveglia con una buona idea per scrivere un libro.
Un anno dopo, il volume è sugli scaffali di tutte le librerie. Ma... che cosa è successo nel frattempo? Come si passa da un'idea ancora imprecisa a un libro fresco e profumato di stampa, in cui l'idea è stata trasformata in parole, possibilmente senza refusi?

Ce lo spiega Mariah Bear della casa editrice Weldon Owen nella divertente infografica che riproduciamo qui sotto. Buona lettura!

come nasce un libro-Mariah Bear

lunedì 11 marzo 2013

Le parole che non possiamo dire

Ci sono parole che non possiamo dire, che non ci fanno sentire a nostro agio, che troviamo di rado sui giornali?

Ce lo siamo chieste dopo esserci imbattute in un articolo dell'Internazionale ("Quello che i giornali non dicono", di David Randall) e nello spezzone di un vecchio film con Dustin Hoffman, Lenny (dedicato alla figura del comico statunitense Lenny Bruce), che riportiamo qui sotto.

Tutti e due riflettono e fanno riflettere sui termini che non si possono usare e sul significato di questo atto mancato.



Quali sono oggi queste parole tabù?

In genere sono quelle che indicano una differenza rispetto a una presunta "normalità" e una vergogna legata a tale differenza (ma chi è poi che si trova in difficoltà, il portatore dell'eventuale differenza o chi ha a che fare con lui?), su cui è intervenuto il movimento del politically correct.

Ad esempio quelle relative a:
  • Malattie del corpo e della mente. Non si dice "cieco", ma "non vedente", non si parla di "handicappati" ma di persone "diversamente abili".
  • Appartenenza etnica o religiosa. Se Lenny Bruce insisteva sulle parole "negro" e "giudeo" (perché nell'America di quegli anni la maggioranza dominante era bianca e protestante), in Italia oggi si evita di dire "nero", optando piuttosto per "persona di colore" o "extracomunitario".
  • Orientamento sessuale. A volte si fanno grandi giri di parole pur di evitare la parola "omosessuale", "gay" o "lesbica" e c'è addirittura chi si cava d'impaccio ripiegando su appellativi insultanti.
  • Mestieri che una presunta "maggioranza" reputa poco prestigiosi. Si dice "operatore ecologico" al posto di "netturbino" (ma a nessun bancario è mai venuto in mente di farsi chiamare "operatore nel campo del risparmio", come scrive Umberto Eco in questo divertente articolo sul politically correct).
Il punto è che non sono le parole di per sé a essere offensive, ma il portato ideologico di cui le carichiamo. L'importante allora è chiedersi che cosa non possiamo dire e scoprire perché non possiamo farlo...

Tu che cosa ne pensi?

Se l'argomento ti interessa, leggi anche "Una lingua per le donne", dove parliamo dell'uso al femminile di nomi tradizionalmente maschili, come "ministro".

lunedì 4 marzo 2013

A che cosa serve la punteggiatura?

Sapevate che il sistema di punteggiatura che conosciamo oggi è nato in Italia?
A inventarlo fu Pietro Bembo nel 1496, introducendolo nel De Aetna, un testo latino in cui descriveva un'ascensione sull'Etna.

Evidentemente la sua idea ebbe successo, visto che oggi tutte le lingue più diffuse (anche il cinese e l'arabo) utilizzano i segni di interpunzione e non saprebbero più farne a meno.

Ma a cosa serve veramente la punteggiatura?

'Pause for thought' photo (c) 2010, brett jordan - license: http://creativecommons.org/licenses/by/2.0/ Quando andavamo a scuola noi, alcuni maestri sostenevano che servisse a indicare le pause da fare durante la lettura: una pausa lunga per il punto, una più breve per la virgola.

E il punto e virgola?
Di questo soggetto imbarazzante non si parlava mai, oppure si diceva che rappresentava una pausa "media": dopotutto, non era cosa da bambini, e poi nei temi c'erano tanti errori ben più gravi da correggere, con tutte quelle "A" senz'acca e doppie smarrite chissà dove, che la punteggiatura finiva per passare in secondo piano.

Così la vita era più facile per tutti e le virgolette erano di un tipo solo, quelle "alte". La possibilità che ne esistessero addirittura altri due tipi ci pareva assolutamente impensabile, un po' come per i terrestri di Fringe il mondo parallelo. Difatti abbiamo preso coscienza solo molto tempo dopo, lavorando nell'editoria, dell'esistenza di «sergenti, detti anche caporali o virgolette basse» e 'apici' (e del fatto che ogni editore ha i propri gusti in materia).

Per non parlare poi dei trattini – quelli che servono per fare incisi anche di una certa lunghezza, magari con subordinate –, che non potevano certo essere considerati pane per i denti degli scolaretti. Quale bambino potrebbe mai voler costruire frasi così complesse, dopotutto?

Insomma, nelle scuole dei nostri tempi la punteggiatura era vista come un aspetto marginale e personale della lingua, che ognuno poteva (mal-)trattare come voleva. L'importante era ricordarsi di mettere la maiuscola dopo il punto, perché quello sì che sarebbe stato un errore da penna rossa.

'Question!' photo (c) 2007, Stefan Baudy - license: http://creativecommons.org/licenses/by/2.0/ Con il tempo e l'esperienza abbiamo poi scoperto che qualche regola, tutto sommato, c'era, anche se da piccole non ce l'avevano svelata: i segni di interpunzione sono indicatori logico-sintattici che aiutano il lettore a capire come si collegano tra loro gli elementi della frase. Ci dicono insomma quale porzione del testo è legata, e come, alle altre e ci aiutano a seguire lo sviluppo logico del discorso: mica male per dei segnetti tanto bistrattati!

Ecco allora qualche indicazione per fare buon uso della punteggiatura dal sito dell'Accademia della Crusca e alcuni articoli molto interessanti sull'argomento firmati da Luca Antonelli, Giuseppe Serianni, Sandro Veronesi e Francesca Serafini (autrice di Questo è il punto. Istruzioni per l'uso della punteggiatura, recensito in questo articolo di Matteo Motolese sulla Domenica del Sole 24 Ore).