lunedì 27 giugno 2011

Quante sono le lingue del mondo?

Se lo è chiesto il SIL International, un'organizzazione no profit americana la cui idea di base è che tutte le lingue del mondo facciano parte della creazione di Dio e che perciò sia necessario aiutare i loro parlanti a perseguire i loro scopi sociali, economici e spirituali senza sacrificarle.

Di fronte alla globalizzazione che avanza, infatti, molte lingue hanno sempre meno parlanti e non vengono più insegnate ai bambini; inoltre, i due terzi delle lingue attuali non possiedono una forma scritta. Il rischio è che entro il 2100 una fetta consistente del patrimonio linguistico mondiale si estingua. In Camerun, ad esempio, sta scomparendo il baldemu, in Argentina il tehuelche, in Giappone l'ainu.

Così, fin dagli anni Quaranta, i linguisti volontari del SIL sono andati a incontrare le minoranze linguistiche di tutto il mondo allo scopo di censire le lingue esistenti e di contribuire alla loro conservazione. Il risultato è un catalogo chiamato Ethnologue, consultabile gratuitamente online, che oggi elenca le 6909 lingue viventi (indicate sulla mappa con puntini rossi).

mappa lingue del mondo
Il sito di Ethnologue contiene anche statistiche, mappe linguistiche dettagliate e un indice delle lingue viventi ed estinte. Il SIL International mette a disposizione online un catalogo di oltre 20.000 pubblicazioni prodotte nei suoi 75 anni di ricerche, con articoli relativi a più di 2700 lingue.

giovedì 23 giugno 2011

La riscossa delle sorelle Brontë

Avreste mai pensato di vedere le sorelle Brontë in un filmato come questo?




Si tratta di un falso video pubblicitario di tre bambole, con le sembianze delle sorelle scrittrici, che affrontano con grinta (e tanto di baffi) il mondo editoriale maschile: è imperdibile!

Una bella rivincita per Anne, Charlotte e Emily Brontë, che agli inizi della loro carriera (1846-47) furono costrette a pubblicare i loro libri con gli pseudonimi maschili di Acton, Currer ed Ellis Bell...

lunedì 20 giugno 2011

Vita da Topi Traduttori – Il bello (e il brutto) delle recensioni

Era una domenica di sole e tutto andava bene, o almeno così sembrava: Topo Traduttore era appena tornato da una rilassante passeggiata mattutina intorno all’isolato. Si pulì le zampette sullo zerbino, entrò nella tana e sprofondò nel divano di paglia, elegantemente rivestito da un fazzoletto con le iniziali ricamate. Aprì il giornale e ne sfogliò rapidamente le pagine fino all’inserto culturale, che attaccò con avidità, proprio come faceva con il tomino alla griglia.

Il primo articolo era passabile, il secondo davvero interessante, ma il terzo… il terzo lo folgorò. Era la recensione di Vita da topi, un libro che qualche mese prima aveva tradotto dall’inglese (A Mice Life) e che aveva trovato piuttosto impegnativo. L’autore, il giovane John McTopin, già noto negli Stati Uniti, utilizzava uno stile molto colloquiale ma al tempo stesso curato, e Topo Traduttore aveva faticato molto per restituirlo in un italiano informale, senza cadere in una lingua sciatta. Alla fine, comunque, ci era riuscito: aveva consegnato alla scadenza fissata, qualche mese dopo aveva rivisto le bozze e poi, il silenzio. Fino a quella mattina di sole.

topo-foto di Aka elaborazione grafica di Alessandra Repossi

L’articolo dell’inserto culturale, di cui nessuno lo aveva informato (“Come al solito”, si era detto), aveva infranto fragorosamente il lungo silenzio. Topo Traduttore iniziò a scorrere la recensione con occhietti spiritati, soffermandosi sulle parole chiave: “stile fluido”, “coro di voci narranti”, “intreccio fulminante”. E la traduzione? Non si parlava della traduzione? E il nome del traduttore, c’era? Il topo cercò meglio nel testo, rileggendolo lentamente, mentre un lieve tremito iniziava scuotergli le zampine rosa. Macché. Sembrava proprio che John McTopin se lo fosse tradotto da solo, il suo maledetto romanzo.

Fissando il giornale con occhi di bragia, Topo Traduttore iniziò ad arrovellarsi. Che cosa avrebbe potuto fare? Scartò la prima ipotesi che gli venne in mente, il topicidio del recensore, perché aborriva la violenza. Scartò anche quella di incendiare la tana dell’editore del giornale dopo essersi assicurato che fosse vuota: sarebbe stato liberatorio, ma poco efficace. E allora, che cosa gli restava? Topo Traduttore si alzò di scatto dal divano, raggiunse il computer in due balzi e, con le zampine ancora tremanti che saltabeccavano sui tasti, scrisse una mail che iniziava così: “Gentile caporedattrice, sul giornale di oggi, a pagina 38, ho trovato la recensione di un volume che ho tradotto io. Con mio immenso disappunto…”.

© 2011 Francesca Cosi. Tutti i diritti riservati


Se vuoi approfondire l’argomento, leggi questo post sulla citazione del nome dei traduttori editoriali.
Se hai perso le altre storie dei Topi Traduttori e Scrittori, puoi leggerle qui.
L'immagine è un'elaborazione grafica di Alessandra di questa foto di Aka; è rilasciata con licenza Creative Commons BY-NC-SA.

martedì 14 giugno 2011

Parli globish? L'inglese globalizzato alla conquista del mondo

Sarebbe bello imparare solo un numero limitato di parole inglesi e con quelle riuscire a parlare di tutto?

Jean-Paul Nerrière, l'inventore del globish, pensa di sì, e per diffondere questo inglese "light" ha creato un sito in cui offre corsi di globish e una rapida valutazione di brevi testi inglesi per scoprire se sono globish o meno.

Di quante parole si compone il globish? Se un giornale colto come il Times impiega circa 40.000 vocaboli inglesi, i tabloid popolari come il Sun ne usano 7000, ma il globish li batte: gli bastano solo 1500 parole. Nephew (nipote), diventa the son of my brother (il figlio di mio fratello), la sintassi è corretta ma semplice e si evitano le metafore. Così un cinese e un sudamericano possono trovare un terreno comune nel globish e, più o meno, capirsi.

Ma è sufficiente? Molti pensano di no, perché un incontro di lingue è anche (o forse soprattutto) un incontro di culture, ed esprimersi in un inglese "mcdonaldizzato" significa avere uno scambio molto superficiale, privo di sfumature, e non un vero dialogo. Ne parlano alcuni esperti in questo video (in inglese):



E voi, che cosa ne pensate?

sabato 11 giugno 2011

25 comandamenti per scrivere bene

Qual è la regola più importante quando si scrive?
Fare in modo che qualcuno ci legga!

Questa è l'idea che sta alla base delle 25 regole di buona scrittura ideate da Tim Radford, uno storico collaboratore del Guardian. I suoi comandamenti sono indicati non solo per i giornalisti, ma anche per chi scrive testi, articoli, blog, e-mail e documenti di lavoro. Insomma, praticamente per tutti.

Questa è la versione in inglese dei 25 comandamenti e questa è in italiano.

lunedì 6 giugno 2011

Come stanno i traduttori italiani?

Qualche tempo fa, insieme ad altri 4000 fra traduttori, redattori e autori (ma anche avvocati, architetti, biologi ecc.), abbiamo risposto a un questionario proposto da Ires-Cgil nell'ambito di una ricerca dal titolo Professionisti: a quali condizioni?.

Lo scopo della ricerca era fotografare per la prima volta la situazione dei professionisti italiani. Sì, perché in genere, quando in Italia si parla di lavoro, ci si riferisce al lavoro dipendente. Invece c'è tutto un mondo di professionisti, completamente sconosciuto alle istituzioni e all'opinione pubblica, che lavora con contratti e tutele molto diversi da quelli dei lavoratori dipendenti e che Ires-Cgil ha deciso di interpellare su varie questioni: previdenza e tutele, reddito, livello d'istruzione, continuità del lavoro, percezione del proprio status lavorativo, obiettivi da perseguire come categoria.

Il quadro che emerge dai risultati (che puoi leggere qui) è piuttosto sconfortante: i professionisti sono il segmento "colto" dei lavoratori italiani (l'80% ha una laurea, contro il 12% dei dipendenti delle aziende), ma anche quello con il reddito più basso (il 23% guadagna meno di 1000 euro al mese, il 44,4% meno di 1500) e con un forte senso di precarietà: il 71% riferisce ad esempio di aver incontrato difficoltà nell'accesso al credito (richiesta di mutui e simili), mentre il lavoro è intermittente per circa il 70% dei professionisti della traduzione e dell'editoria, che alternano periodi di attività a momenti di riposo forzato.

E le tutele? Non esistono forme di sostegno al reddito per chi ha partita Iva, né tantomeno per chi, come i traduttori editoriali, lavora in regime di diritto d'autore; per quanto riguarda la previdenza, quest'ultima forma contrattuale la esclude per legge, quindi autori e traduttori possono scordarsi la pensione.

Un quadro ben diverso da quello ormai consolidato nell'immaginario collettivo, che vuole il professionista privilegiato e danaroso...

Che cosa si può fare, quindi, per migliorare la situazione? Il nostro consiglio è sempre quello di unirsi ad associazioni di categoria come AITI e al Sindacato Traduttori Editoriali, che fin dalla loro fondazione lavorano per il riconoscimento della professione e il miglioramento delle condizioni di lavoro dei traduttori. Da soli non abbiamo peso, insieme si possono cambiare le cose.

Per saperne di più, leggi questo editoriale del Giornale delle Partite Iva e questo articolo di Repubblica con tabelle di approfondimento.

venerdì 3 giugno 2011

Ho troppi libri! Che fare?

Purtroppo ogni casa ha un limite fisico oltre il quale ci si ritrova costretti a scegliere: o noi o i libri.
E allora, con grande dispiacere, selezioniamo quelli non proprio indispensabili o indimenticabili e decidiamo di disfarcene.


Ma come fare? Buttarli non si può!
Noi nel tempo abbiamo tentato varie soluzioni:
  1. Portare i libri a un ritrovo con gli amici e regalarli a seconda degli interessi e dei gusti di ognuno (è molto divertente).
  2. Portarli a bancarelle o negozi di libri usati e venderli (ma è difficile, accettano solo i classici oppure libri di tipologie che ancora non siamo riuscite a identificare, comunque mai quelli che abbiamo noi; vedi anche il commento n.12 a questo post).
  3. Portarli ai negozi dell'usato che vendono di tutto, non solo libri (in questo caso di solito accettano titoli di ogni genere senza selezionare, il che è un vantaggio se i volumi sono tanti, ma bisogna tener presente che vengono pagati pochissimo: vedi i commenti n. 11 e 12 per scoprire la filosofia di questi negozi). 
  4. Fare bookcrossing, cioè registrare i libri su questo sito e poi lasciarli in un luogo pubblico, dotandoli di un'etichetta che li rende rintracciabili. Così è possibile seguire il viaggio dei nostri volumi, leggere i pareri delle persone che li hanno presi, vederli passare di mano in mano... è una piccola avventura!
  5. Regalare i libri alle biblioteche comunali (prendono di tutto e mettono sugli scaffali solo i volumi che reputano interessanti per i loro lettori, poi inviano il resto ad altre biblioteche o associazioni cittadine, ma in ogni caso non li buttano via).
  6. Sperimentare lo scambio di libri su Bookmooch, basato sull'accumulo di punti (si accumulano punti donando, si spendono richiedendo i volumi). Leggi il nostro post su come scambiare libri online tramite questo sito.
Una possibilità che non abbiamo ancora sperimentato è venderli su eBay.

E per finire, c'è anche chi ricicla i libri costruendo lampade: sul sito di Instructables trovi le istruzioni per farlo e le foto del risultato.

E voi, che cosa fate con i libri che non potete più tenere?

Se l'argomento vi interessa, leggete anche "4 regole d'oro per catalogare i libri di casa".

L'immagine di See-ming Lee si intitola "The Colorful Library of an Interaction Designer (Juhan Sonin)" e si trova qui.